lunedì 21 gennaio 2019

L'albero dei Corvi (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Sono le quattro e mezza del mattino. Ovviamente non riesco a dormire. Frate Tac ha preparato assieme agl'altri cervelloni un piano di battaglia. Io mi domando che razza di piano di battaglia si possa preparare in questa situazione... Perdonatemi... Del cazzo!
Loro dovranno solo 'intrattenere' i vampiri mentre io andrò alle radici abbrustolite dell'Albero dei Corvi per sgozzarmi con la Lama Arrugginita. Mi guardo allo specchio, con un intimo improponibile ai minori, le gambe secche, le braccia insulse, un fisico da tavola da surf, sodo, con muscoli ben torniti ma non esuberanti. Potrei fare la modella. Dicono che ho un volto significativo... Dicono... Ma chi cazzo è che lo dice davvero? So che piacevo ad Alex, che piacevo a Jake, che piaccio ad Angel e... Forse anche a Tommy. Ma al resto del mondo faccio ribrezzo!
Non so cosa mettermi. Dovrei passare da Marisa per farmi i capelli? Già! Anche lei è diventata una vampira del Primo.
Ho rivoltato l'armadio. Tutta la roba è sparsa sul pavimento, sul letto. La calpesto mentre osservo quegli insulsi indumenti. Se fuori non facesse meno tre gradi, uscirei così come sono. Con un perizoma color carne e un reggiseno a pois che mi ha regalato Meddy al mio quindicesimo compleanno.
Scelgo la tuta da motociclista di Alex. Non l'avevo mai indossata prima. Ha ancora il suo odore. È scura come la notte, con cuciture verdi, proprio come la Ninja. Io e Alex avevamo più o meno la stessa corporatura. Mi calza a pennello.
Mi guardo allo specchio. Io non riesco più ad aspettare.
Infilo gli anfibi. Ora esco e vado al campo. So perfettamente che loro sono già là ad aspettarmi. Li sento. Mi chiamano. Non ha senso che metta in pericolo i miei unici amici. Li affronterò da sola. Tanto che possono farmi di male? Uccidermi?
Se tutto andrà come deve andare non scriverò mai più su questo blog. Se tutto andrà come deve andare io morirò e il mondo sarà salvo. Però non dimenticatevi di queste pagine. Sono la mia vita. Sono l'unica testimonianza della mia esistenza su questo sporco mondo. Mi sacrifico per voi, cazzo! Per cui mi dovete qualcosa. Continuate a leggere queste pagine, ad ascoltare le canzoni che sono le mie canzoni.
Poi... Se le cose dovessero andare in modo differente, chissà, tra qualche giorno potrei essere di nuovo qui a scrivere stronzate.
Vi lascio con When Tomorrow comes, degli Eurythmics. Sono le cinque del mattino. Io esco a fare il mio dovere. Voi dovete soltanto rimanere sintonizzati...

*

Walmer aprì gli occhi di scatto. La stanza buia lo circondava silenziosamente mentre un abbraccio di inquietudine lo aveva costretto a svegliarsi.
Osservava il soffitto invisibile. Ombre su ombre. Gli occhi stentavano ad abituarsi a tale mancanza di luce. Doveva essere molto tardi, o troppo presto. L’uomo giaceva nel letto senza osare muoversi più del minimo necessario. Contava i propri respiri, continuava a chiedersi cosa lo tormentasse così tanto.
Lo sapeva, in realtà. Ma non voleva ammettere che il motivo fosse proprio quello.
Si alzò lentamente, appoggiò la schiena alla spalliera del letto. Rimase a contemplare l’assenza di luce, a misurare il proprio respiro.
Dunque era quello il giorno.
Sbuffò. 





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domenica 20 gennaio 2019

Star Whores - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
A volte bisogna rivangare nel passato per trovare film come questo. Torno a un'epoca dove la fibra era utopia, e dove internet ancora era un luogo dove, per scaricare qualcosa, bisognava tenere acceso il computer per notti e notti. Star Whores nasce in questo lontano passato, dalla mente geniale di Carletto FX, nonché membro dei Gem Boy, e... 

La trama ricorda un po' quella di Star Wars, e così anche i personaggi, e così anche le scene del film, e così anche tante altre cose, ma poi, non è poi cosi simile, vero? 

Siamo in un futuro prossimo venturo. L'universo è vessato dalla SIAE, che ormai ha le mani in pasta su tutto e nessuno è più libero di fare la musica che vuole. Solo la resistenza si oppone alla SIAE, e di nascosto ancora riesce a distribuire la musica dei Gem Boy - che ovviamente non è la formazione originale, ma altrettanto ovviamente ne mantiene lo spirito e l'irriverenza - a fare concerti di nascosto, a diffondere ciò che la SIAE vorrebbe mantenere nell'oblio.
Le forze della SIAE stanno però braccando la principessa Leiladà, che è in possesso dei brani inediti dei Gem Boy. E' per questo che una coppia di droni viene lanciata nello spazio alla ricerca di O.B. one per Hobby, il quale - grazie al potere della scamorza - è l'unico capace di salvare lei e la Resistenza. I droni finiscono però nelle mani del giovane Suk, che coglie l'attimo per lasciare gli zii e partire all'avventura, trovare  O.B., e magari diventare un cantante importante tanto quanto i Gem Boy. La trama si infittisce quanto O.B., i droni, e Suk convincono Ian Sboro ad aiutarli nella loro segreta missione. Tutti quanti finiranno per essere catturati da una stazione SIAE, dove - colpo di fortuna - scopriranno essere prigioniera anche la principessa Leiladà...

Ok! E' un film demenziale. Però dovete ammettere che è divertente, e se pensiamo al fatto che è stato interamente doppiato da una sola persona...







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sabato 19 gennaio 2019

Appunti per una storia di Guerra - #Fumetto #Recensione

Glauco Silvestri
Dopo anni e anni che mai avevo preso in mano un fumetto di Gipi, ecco che ne leggo due uno dietro l'altro? Strano, vero, eppure è proprio così. Gipi è entrato nella mia biblioteca con una spallata, e si è già guadagnato lo spazio per due suoi lavori.

Con Appunti per una Storia di Guerra l'autore affronta una strana vicenda. E' una narrazione senza capo né coda. Che ci proietta in nessun dove, in un luogo molto simile a quella che potrebbe essere casa nostra, ma in cui imperversa una sorta di guerra. Non abbiamo maggiori informazioni. Sappiamo solo che tre ragazzi, tutti di diciassette anni, Christian, Stefano e Giuliano, vivono ai margini del conflitto cavandosela come possono. Sono molto amici, anche se hanno estrazione sociale molto diversa, e farebbero di tutto l'uno per l'altro... Anche se forse Giuliano non è accettato completamente dagli altri, perché lui ha una famiglia, e di conseguenza, ha anche una scappatoia se dovesse vedersela davvero brutta. E a nulla valgono i sacrifici che Giuliano compie, lui rimane sempre quello con le spalle coperte.
A ogni modo i tre ragazzi sembrano ben affiatati. La guida è nelle mani di Stefano, noto come killerino, e forse il più spregiudicato del gruppo. Il racconto ce li mostra diretti verso San Giuliano, un paesotto che sembra sia baciato dalla fortuna perché non toccato dal conflitto. San Giuliano è in mano ai miliziani, è presidiato, ma all'interno delle sue 'mura' la vita scorre come se non fosse mai scoppiata la guerra. E' per questo che i ragazzi sono attratti dal centro abitato, perché lì c'è cibo, soldi, e la possibilità di trovare rifugio. Ed è a San Giuliano che i tre incrociano Felix, un miliziano senza scrupoli che li prende in simpatia, e li aggrega alla sua cricca per addestrarli e farli diventare miliziani al suo seguito. L'influenza di Felix sui tre è pressoché immediata. Soprattutto su killerino, e anche su Christian. Giuliano è forse quello meno attratto dalle attività di Felix, che oltre a combattere per la sua fazione, si comporta come boss mafioso verso le famiglie che vivono nei territori che lui controlla.

La voce narrante di questa vicenda è quella di Giuliano. Lui è quello diverso, quello accettato suo malgrado, e quello che... Meno viene influenzato dalla tragedia che lo circonda. Gli altri due ragazzi cresceranno in fretta, accetteranno la nuova realtà in cui vengono spinti a forza, e si adattano rapidamente. Il racconto lavora molto di psicologia sulle menti ancora malleabili dei giovani. Ci mostra l'influenza che un momento di difficoltà può avere su chi non ha basi solide su cui contare, e ci mostra anche come un evento catastrofico come la guerra possa davvero modificare il comportamento delle persone.
Gipi è molto bravo in questo, e il suo tratto essenziale aiuta a concentrarsi sulla storia, sui personaggi, sul dramma che ci viene raccontato dalla sua penna. Un fumetto affascinante, che se ho capito bene, ha anche portato - inaspettatamente - al successo l'autore di cui stiamo parlando.

Non è un fumetto banale... E non posso evitare di consigliarvelo. Molto bello!


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venerdì 18 gennaio 2019

Il Professionista - #Libri #Recensione

Glauco Silvestri
Oggi vi parlo di un Grisham che non ha nulla a che fare con i Legal Thriller. Lui è lui... Ma come ben sapete, pur essendo famoso per i suoi romanzi di genere, ogni tanto se ne esce con qualcosa di diverso. In passato abbiamo parlato de La Casa Dipinta, di Fuga dal Natale, e di altri titoli che non sto a citare, ma oggi parliamo de Il Professionista, parliamo di football Americano in... Italia!
Già! Mentre Grisham si trovava in Italia per Il Broker, sembra abbia scoperto che da noi esiste una lega di Football Americano, e che ci sia davvero un Super Bowl, per quanto in piccolo, visto che nella lega giocano giusto otto squadre. Da qui è nata l'idea per il romanzo di oggi, in cui seguiamo le imprese di Rick Dockery, un quarterback in disgrazia che decide di accettare un ingaggio per i Panthers di Parma pur di continuare a giocare.
La vicenda è semplice, molto scorrevole, e con un occhio attento alla cultura culinaria italiana. Il football è al centro della narrazione, ma c'è ampio spazio per approfondire il personaggio di Dockey, una vera promessa della NFL precipitato all'inferno dopo una serie di performance discutibili, se non assolutamente terribili. In fuga dai giornalisti, in fuga dai tifosi, in fuga da una ex cheerleader che dice di aspettare un figlio da lui, Rick si trova alle strette ed è costretto a migrare in un paese che a stento ha sentito nominare un paio di volte in tutta la sua vita. E l'Italia diventa il suo rifugio, un luogo dove ricaricare le pile, dove tornare a giocare con quella verve e passione che aveva respirato solo ai tempi del collage, e dove tentare di rimettere assieme i pezzi della sua vita. E se tutto ciò è raccontato superbamente, gli italiani vengono ritratti sempre a suon di stereotipi, e rimangono sempre nella vista periferica del lettore visto che Dockery mai si concentra a instaurare un vero rapporto con 'gente del luogo' se non ai pranzi e alle cene luculliane a cui partecipa, la sua vicenda sarà raccontata attraverso l'amicizia con gli altri due americani della squadra, una cheerleader, e l'allenatore Sam.
Nel romanzo si trovano quindi molti degli elementi già visti ne Il Broker. 
Il paese è raccontato più fedelmente attraverso il cibo che attraverso gli occhi dei personaggi. Parma, il Teatro Regio, i castelli del Parmense, le chiese, nonché Venezia, e altri luoghi ove Rick si reca, saranno sempre raccontati attraverso il pensiero di un americano che non ha interessi oltre a quello del football, e forse alle belle gambe tornite di Livvy, una ex cheerleader che incontrerà casualmente a Firenze, e che non lascerà più nonostante la profonda differenza culturale tra lei e lui.

Bello? Forse non il miglior Grisham, ma il libro è leggero e intrattiene molto volentieri. E poi c'è un po' di sport italiano - NON IL CALCIO - e di passione sportiva, che arricchisce la narrazione e tiene l'interesse incollato alle pagine del romanzo.





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giovedì 17 gennaio 2019

Osiride, il 9 pianeta - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Era un po' che non mi capitava... Chi fa i titoli dei film si deve essere bevuto qualcosa di troppo quando ha tradotto The Osiris Child in Osiride il 9 pianeta.

La storia narrata ci porta in un futuro prossimo, su una delle tante colonie terrestri, dove - oltre alla fondazione di nuove città, nuove società, eccetera eccetera, è presente un carcere, i cui detenuti vengono usati per i lavori pesanti nella 'fondazione' di questo nuovo mondo. 
La gestione di tutto ciò è in mano alla Exor, una multinazionale che si occupa sia della terraformazione, sia della colonizzazione dei pianeti. E quando c'è di mezzo una multinazionale, la storia del cinema ci racconta che c'è anche del marcio nascosto.
E difatti, la Exor sta compiendo strani esperimenti all'interno del carcere. Sono incroci genetici tra creature extraterrestri estremamente adattabili, e l'essere umano (n.d.r. Ovvero alcuni detenuti 'volontari'). L'idea è quella di creare una creatura - perdonate il gioco di parole - che possa spazzare via le forme di vita, intelligenti o meno non è importante, incontrate durante l'esplorazione di nuovi mondi terraformabili. Creature spietate, intelligenti, che si adattano bene a ogni tipo di ambiente, e che siano particolarmente difficili da abbattere.
Tutto - comunque - sembra essere sotto controllo, se non che alcuni carcerati trovano il modo per evadere. L'evasione crea il disastro. Assieme ai carcerati, anche i prototipi delle creature vengono liberate. E visto che son state sviluppate per distruggere, e moltiplicarsi sfruttando una dote nascosta capace di mescolare il proprio dna con quello di altre creature (n.d.r. Che avrebbero dovuto essere gli alieni da sottomettere al volere della Exor), l'evasione diventa una sorta di pandemia incontrollabile.
In tutto questo contesto apocalittico abbiamo un ufficiale della Exor, Kane Sommerville, ex militare, che viene a sapere dei piani della compagnia per contenere il disastro. Il pianeta deve essere nuclearizzato, sterilizzato. Ovviamente sulla superficie vivono tutti i famigliari dei dipendenti Exor ma... E' un sacrificio da sostenere mestamente per evitare il peggio.
Ovviamente Kane non ci sta. Sulla superficie c'è la sua unica figlia, per cui decide di ribellarsi, rubare un caccia, scendere sulla superficie, e cercare di portare la figlia in un rifugio anti atomico. Per riuscirci troverà alcuni personaggi disposti ad aiutarlo, ovviamente, in cambio di un posticino al sicuro nel rifugio. Ma non è sicuramente un'impresa facile, e di sicuro non vi svelo come va a finire...

Già! Perché il lieto fine disneyano non c'è. Però la storia regge bene il ritmo. C'è una buona colonna sonora. La CGI è buona (n.d.r. A parte forse le creature). La regia è curata. Gli attori interpretano bene i loro ruoli. Là dove non arriva il budget, ci pensa un po' di vecchia scuola e di ingegno, ma nel complesso il film è godibile, intrattiene bene, non annoia, e diverte.



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mercoledì 16 gennaio 2019

Space Walker - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Space Walker è un altro di quei film che raccontano l'epopea della conquista dello spazio dal punto di vista orientale. Siamo in URRS, in piena guerra fredda. Con lo Sputnik e l'incredibile missione svolta da Gagarin i sovietici hanno un vantaggio tremendo nei confronti dell'occidente. E ovviamente le alte sfere vogliono mantenere tale vantaggio. Gli americani, per cercare di colmare il gap, annunciano la prima passeggiata spaziale per il 1967... Ed è per questo che in Russia si decide di prendere qualche rischio, e di anticipare i loro esperimenti, al 1965.
Vengono selezionati i due piloti, il veterano Beljaev e il giovane e spericolato collaudatore Leonov. Tutti e due ottimi piloti. La navetta Voshod è pressoché pronta, anche se mai collaudata. La tuta spaziale è in fase di studio. Tutti i tempi vengono accelerati al massimo, Vengono prodotte due Voshod. La prima viene lanciata 'vuota', per provare i sistemi, ed esplode in orbita. La seconda parte ugualmente con i due eroi a bordo.
E tutto sembra andare bene, per lo meno all'inizio. Il primo EVA della storia umana avviene con successo, ma a un certo punto, a telecamere spente, ecco che cominciano i guai. Il sistema di controllo della pressione della tuta di Leonov impazzisce, e quasi uccide il pilota. 
Una volta recuperato, e placati gli animi, quando già si comincia a festeggiare per l'annunciato rientro, ecco una seconda complicazione. Lo sgancio di un modulo dalla Voshod 2 produce una insolita rotazione della capsula. Niente di male... Ci sono i sistemi automatici, e al momento del rientro sistemeranno la cosa da soli... Ma funzioneranno? E ci manca pure un micro meteorite, e ancora una volta il sistema di compensazione della pressione interna alla capsula dà di matto...

La storia ci rivela come andrà a finire questa vicenda, il successo russo è annunciato e meritato, ma i due piloti devono sudare ogni secondo della loro gloriosa missione. Il film è ben costruito, per quanto forse il budget non sfiori neppure le cifre hollywoodiane spese per Apollo 13
Il film convince anche dal lato della CGI, che appare credibile in ogni scena, a parte forse quando si crea la microfrattura nella capsula, dove il ghiaccio si forma in modo un po'... be', diciamo che quella scena fa un po' sorridere. 
La regia e la sceneggiatura sono dannatamente buoni, funzionano, ritagliano i momenti epici con eventi familiari, e con i sogni di Leonov, che in giovane età era già spericolato e attratto dalle stelle. Lui, il regista, lo abbiamo già visto all'opera nell'equipe che girò Wanted e Apollo 18.

E' un film da vedere!




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martedì 15 gennaio 2019

In tutta la mia vita ho avuto una sola idea intelligente

Glauco Silvestri
«Capo, in tutta la mia vita ho avuto una sola idea intelligente. Vuoi sentirla? Non abbiamo fabbricato questa bomba per i giapponesi, ma per i rossi. E non abbiamo ancora incominciato a combatterli.»


Los Alamos (Martin Cruz Smith)


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lunedì 14 gennaio 2019

Il Cacciatore di Uomini (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Mercurio osservava le onde. Il Sole aveva appena fatto capolino oltre la linea dell’orizzonte. L’acqua schiumava impaziente, spingeva contro i frangiflutti, ruggiva in saluto della nuova giornata, nebulizzandosi nell’aria per cadere tra i suoi capelli. Era appena giunto sull’isola. Indeciso, attendeva il momento buono per fare una telefonata. 
Ancora non era convinto di fare la cosa giusta. Chiudere con il lavoro, fuggire con Nadia, esporre i suoi pochi amici al pericolo di una ritorsione. Eppure ciò che un tempo amava era diventato ingombrante, difficile da gestire, un peso di cui sbarazzarsi a ogni costo.
Voleva fuggire, ma non poteva fare a meno di tornare a pensare al passato. Alla sua primissima missione, nell’ormai lontano 1995, quando appena sapeva maneggiare qualche arma automatica.
Era in Toscana, perso tra i boschi secchi e allo stesso tempo seducenti della Garfagnana. Una missione congiunta, una caccia al fuggitivo organizzata da un canile privato, dove però si faceva di tutto tranne che portare assistenza ai cani abbandonati. I bersagli erano due uomini di colore, nigeriani, immigrati clandestini, entrambi impiegati in nero nel canile, e non solo.
Il canile era la facciata di una attività ben differente, e soprattutto illegale: scommesse su combattimenti clandestini tra cani e uomini. I fuggitivi erano due ‘gladiatori’. Entrambi malconci, feriti dai denti aguzzi degli avversari che erano stati costretti ad affrontare notte dopo notte.
Ovviamente, il cliente non voleva che la notizia trapelasse. I due gladiatori non dovevano raggiungere i centri abitati e contattare le autorità; lo status quo andava rispettato a ogni costo. Se era possibile, dovevano riportarli indietro vivi. Altrimenti dovevano perire.
La posse era divisa in due gruppi. Sei uomini in tutto.
Quattro battevano le tracce fresche come segugi. Erano armati con fucili narcotizzanti. Il loro compito era spingerli a fuggire verso zone prive di abitazioni, fermarli con le buone e riportarli all’ovile.
Due erano i ‘Cacciatori di Uomini’, la risorsa estrema. Invece che inseguire, erano disposti in modo strategico davanti alle prede, così da impedire che prendessero contatto con la civiltà. Erano armati con fucili di precisione. Dovevano terminare la corsa dei fuggitivi, a qualunque costo.
Mercurio era uno dei cacciatori. Era appostato dietro alcune rocce, al di là dell’arteria principale che conduceva a Castelnuovo di Garfagnana. L’altro cacciatore, che conosceva solo di fama, era invece piazzato in modo tale da coprire i collegamenti per San Carlo, Pianacce e Monterotondo. 
I cani abbaiavano, i predatori spingevano i gladiatori verso le canne dei loro fucili. Se non fossero riusciti a fermarli per tempo, lui, o l’altro cacciatore, avrebbero avuto il compito di far cessare in maniera definitiva quella fuga.
Ricordava la paura. Gli tremavano le mani. Non aveva mai ucciso un uomo prima di allora. Si era allenato sparando a dei bersagli, aveva fatto pratica con gli animali, e con finti appostamenti in città, ma mai si era spinto a tal punto da sparare veramente a un essere umano. Era consapevole che sarebbe dovuto succedere prima o poi. Tutti temevano quel momento. Era il momento fatidico, quello che avrebbe decretato l’inizio di una carriera, o la propria morte. 
Non poteva assolutamente lasciar passare la sua preda. Per certi versi sperava che i due nigeriani si fossero diretti verso i paesi più piccoli, lasciando quindi tranquilla la sua posizione. Se non avesse avuto il coraggio di fare fuoco, o se avesse fallito il bersaglio, allora la condanna sarebbe caduta sulla sua testa. Sapeva troppo, e se non riusciva ad assolvere il proprio compito per questioni di coscienza, o di carattere, allora sarebbe stato un inutile spreco di tempo e denaro, e l’avrebbero eliminato senza indugiare oltre.
Per cui era una questione in stile squisitamente americano: o lui, o loro. Ed era meglio che cadessero loro sotto i suoi proiettili, che lui sotto il fuoco di un altro novellino della caccia all’uomo.
Per cui, quando sentì i primi passi, il respiro affannato, e l’afrore della paura proveniente dal bosco, si concentrò sulla propria arma. Controllò l’allineamento del dispositivo di mira, verificò che la sicura fosse tolta, inspirò per tranquillizzare le sue mani nervose, e attese che gli occhi pallidi e terrorizzati dei suoi bersagli comparissero dai cespugli di fronte a sé.
Non ci volle molto. Il primo sbucò nello stesso istante in cui il primo proiettile fuggì dalla canna del suo fucile.





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domenica 13 gennaio 2019

Made in Italy - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Film di Luciano Ligabue. In Made in Italy abbiamo perso la spensieratezza delle prime pellicole - anche se Radio Freccia era spensierato per modo di dire - e affrontiamo un mondo molto più crudo e attuale. Alcuni dicono che questo film sia una dichiarazione d'amore verso il nostro paese, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma chissà... Forse è solo la storia di persone comuni, vite complicate dove #maiunagioia non è il classico hashtag annoiato che i teenager scrivono sui social.
Riko è il nostro personaggio. Uomo onesto, lavora in uno stabilimento dove si producono salumi, dove si lavora la carne. C'è la crisi, e uno a uno i suoi colleghi spariscono, e magari appaiono degli interinali quando c'è bisogno, perché costano meno, e magari sono pure immigrati, e chissà... A ogni modo Riko ha una bella moglie, una amante, una casa, il figlio che va all'università, buoni amici. Poi, il fulmine a ciel sereno:
La lettera di licenziamento.
La vita crolla in un attimo, e Riko si trova a dover ricominciare da capo, tra lo sconforto, i problemi di sempre, e un futuro che improvvisamente si fa più nebuloso.

Pellicola interessante, che fa riflettere, ma anche no, e che mostra l'Italia con gli occhi di un italiano medio che poi sono i nostri occhi. Ci butta in faccia la realtà, questo film, e se probabilmente noi non siamo Riko, ciò non ci protegge dalla possibilità che ogni certezza crolli improvvisamente. E' un film maturo, e ciò lo penalizza rispetto alla pellicola del suo esordio, perché manca di freschezza e di ingenuità. Qui si lavora sui primi piani per spremere emozioni, e sia Accorsi, sia la Smutniak, sono ottimi protagonisti, ma anche tutti gli altri si dimostrano all'altezza. Ma la visione perde di profondità, di campi aperti, di inquadrature estese, di viste dall'alto, di punti di vista multipli. La regia è più pacata, e forse piatta, concentrata a concentrare l'attualità italiana, la vita a cui gli italiani sono costretti, e la quotidianità spalmata su eventi che segnano il mondo degli operai, di chi ha il proprio futuro legato a poche certezze che certezze non sono più.
Da un lato è un punto di vista coraggioso, dall'altro il film diventa prevedibile e forse troppo concentrato, e ci sono scene che spiazzano, come quella in cui Riko, fuggito dai propri confini per raccapezzarsi, si ritrova improvvisamente in un corteo per l'articolo 18. Forse questo è un po' troppo... ed è un po' troppo al di fuori dai confini che invece il film vorrebbe imporre a chi lo guarda.

Si intuisce, potrei concludere, il desiderio di voler rappresentare la 'vita da mediano'. Il problema è che questa vita è condensata, troppo condensata, e finisce per non convincere al cento per cento.




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sabato 12 gennaio 2019

Ferdinando Scianna - #Mostre #Recensione #Fotografia

Glauco Silvestri

Arrivo fuori tempo massimo per parlarvi della mostra organizzata dal complesso museale San Domenico di Forlì, visto che l'esposizione si è ormai conclusa. Mi spiace parlarvene solo ora ma, l'ho visitata proprio l'ultimo giorno, e di conseguenza, non ho proprio avuto il tempo materiale per illustrarvela, se non ora.

Pazienza! Scianna è un fotografo molto prolifico, e i suoi libri non sono solamente libri da guardare, bensì sono libri da leggere e guardare, visto che le sue foto hanno sempre un accompagnamento, una narrazione, una storia di cui ne illustrano i passi. Scianna è un ottimo narratore. E la mostra a lui dedicata era accompagnata da una audioguida da prendere assolutamente, perché essa - a seconda della stanza in cui ci si trovava, si attivava da sola, e la voce del fotografo stesso illustrava le immagini, i momenti, e la parte della sua vita legata al periodo descritto nella sala.

Sei sale. Si va dalle sue origini, Bagheria, in Sicilia. Si passa per i primi reportage nei paesi del terzo mondo. Poi si va negli Stati Uniti. Poi si parla dei suoi fotoritratti a personaggi famosi, a partire dal suo caro amico Leonardo Sciascia, passando per uno dei suoi maestri, ovvero Bresson, e poi una giovane e ammaliante Monica Bellucci, e altri ancora. 
La mostra prosegue con una sala dedicata alla sua avventura nel mondo della moda, momento rivoluzionario per un fotografo abituato a scattare immagini così come gli si presentavano, a raccontare il momento. Ed è con i suoi primi lavori per Dolce e Gabbana che Scianna tradisce i suoi principi e i suoi maestri, per buttarsi in un mondo preimpostato, in posa, mai naturale al cento per cento... Ed ecco che si scopre bravo a trovare la naturalezza anche in quell'ambiente patinato, e a trovare un modo di esprimersi tutto suo, originale, e diverso da quanto solitamente si vede sulle riviste.

Immagini incredibili, capaci di raccontare, trasmettere, ammaliare, scaldare i cuori, e proiettare chi le osserva nel mondo che illustrano.

Quanto ci sarebbe ancora da dire su Scianna? Eppure mi devo fermare. Lasciatemi dire che è un grande fotografo, un grande narratore dell'odierno, e un uomo da cui prendere esempio.

Qui potete trovare il catalogo dell'intera esposizione.
Qui e qui potete trovare maggiori informazioni sull'esposizione.

E poi non manca anche un bel video che vi permette di fare un giro tra le sue opere. Lo trovate qui di seguito.




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venerdì 11 gennaio 2019

Figli di un Dio minore - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Figli di un Dio Minore è uno di quei film che si fissa nella memoria e non se ne va più. Pellicola tratta da un romanzo meraviglioso, che per una volta non delude le attese di chi ha letto il libro - ovviamente - con la dovuta accettazione che su pellicola è necessario condensare la vicenda, e adattarla ai tempi e ai ritmi cinematografici.

La vicenda è ricca di emozioni, amore, dramma, disperazione, speranza. Siamo in un istituto per audiolesi. James è un nuovo insegnante. Sulle prime i suoi metodi di insegnamento non piacciono molto al direttore, ma la sua capacità di ottenere ottimi risultati, e di avere un feeling speciale con i pazienti, fanno cambiare presto idea a chi dirige l'istituto. Sarah è una paziente. Sordomuta dalla nascita, accolta durante l'infanzia, non se ne è mai andata per via del fatto che la madre la incolpa della 'fuga' del marito. Vive nell'istituto e si occupa delle pulizie. E' una donna intelligente, bella, e... Non c'è da sorprendersi se tra James e Sarah scatta la scintilla. Vanno a vivere assieme, ma la donna ha un carattere non molto facile da gestire, e la scintilla scoccherà non solo per amore, ma anche per rabbia e frustrazione. Tra i due il rapporto non è facile, al punto che lei fuggirà persino da casa per tornare dalla madre...

Ma come andrà a finire la storia d'amore tra James e Sarah? Dovrete guardare il film per scoprirlo. La regia è forse convenzionale, ma la vicenda si racconta bene così, e non è un caso che nel 1986 questo film ebbe 5 nomination agli Oscar. Bravissimo Hurt nei panni di James, e Marlee Matlin interpreta bene il ruolo di Sarah (n.d.r. Lei è realmente sordomuta). Poi c'è la colonna sonora... Eccezionale davvero!

Guardatelo, non ve ne pentirete.



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giovedì 10 gennaio 2019

Dogman - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Al cinema me l'ero perso. Dogman è un film che mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Mi aspettavo qualcosa di differente, lo ammetto, e all'inizio, guardando i primi minuti di pellicola, non riuscivo a capire dove volesse andare a parare. Visto il mio interesse per questa pellicola, sono riuscito a evitare di leggere recensioni, commenti, eccetera eccetera. Sono arrivato 'puro' davanti allo schermo e...

Marcello è un uomo mite e minuto. Ama i cani, e ama tantissimo sua figlia. Lavora nel suo piccolo salone di toelettatura, e nel quartiere tutti gli vogliono bene. E' una zona grama della città, e tutti quanti tirano a campare barcamenandosi tra l'illegale e il legale. Nessuno fa sgarri a nessuno, ci si rispetta, e la sera tutti quanti vanno a giocare a calcetto assieme.
L'unico elemento che stona è Simone, un ex pugile che terrorizza l'intero quartiere per via del suo carattere instabile. Un attimo prima è gentile, un attimo dopo è violento. E vista la sua mole, tutti lo assecondano sperando che prima o poi incontri qualcuno più grosso di lui...
Il fatto è che Simone si mette in testa di rapinare il negozio a fianco a quello di Marcello, e per farlo chiede la complicità di quest'ultimo. Chiede... E ottiene con la coercizione e un po' di violenza. 
E' evidente che la mattina successiva la polizia va da Marcello e lo preleva, e visto che questo non parla, lo incrimina per complicità. Si fa un anno di prigione, e quando esce il quartiere non lo vuole più, lo rifiuta, lo disprezza... Marcello si sente solo, ha perso tutto, e per di più Simone non gli vuole dare la sua parte. Per questo decide di vendicarsi... Ma non sarà facile.

Dogman è un film gramo, perché ha un'aura di tristezza che aleggia dal primo all'ultimo minuto. E' recitato con maestria, guidato da una regia cruda e incisiva, raccontato con dialoghi stringati e immagini che segnano l'anima. E' davvero un film tosto, di quelli che vogliono raccontare la vita vera, e che non hanno lieto fine, non riscattano il personaggio principale, bensì che si arrendono alla fatalità degli eventi.

Davvero un gran bel film. Ve lo consiglio.




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mercoledì 9 gennaio 2019

Courbet e la Natura - #Mostre #Recensione

Glauco Silvestri

Arrivo tardi a parlare di Courbet, e della sua esposizione dedicata alla natura che è stata ospitata a Palazzo dei Diamanti, Ferrara, fino a qualche giorno fa.

Al momento in cui sto scrivendo questo post non so se l'esposizione sia stata prolungata, a ogni modo, devo dire che Courbet mi ha davvero affascinato. I paesagisti sono artisti che non sempre vengono ben raccontati all'appassionato d'arte occasionale (n.d.r. A meno che non si parli degli Impressionisti), ma l'artista di oggi merita una menzione speciale perché è colui che da una bella spallata a tutto ciò che faceva struttura nel mondo dell'arte. Non che non esistessero i paesagisti prima di lui, ma in linea di principio, il paesaggio era considerato lo sfondo su cui raccontare qualcosa... Courbet invece desidera raccontare proprio il paesaggio, trasmettere le sensazioni che si provano quando ci si trova in un certo ambiente, e praticamente trasportare su tela le emozioni del mondo naturale.

Nel fare ciò egli si tira addosso la critica dei ben pensanti, ma dalla sua parte ha la fortuna di essere un benestante, di non dover vivere con la propria arte, e di poter bellamente ignorare le voci contrarie, considerandole addirittura un incentivo, perché - come scrive egli stesso alle sue sorelle - nel momento in cui le critiche si spegnessero, lui sarebbe un pittore privo di fama.
Courbet prosegue quindi per la sua strada, una strada che sconvolgerà i ben pensanti, ma che aiuterà a introdurre gli Impressionisti, visto che il sentiero da loro battuto sarà in parte già tracciato da Courbet. E così le sue opere partono dal nero, dall'assenza di luce, per poi ricostruire gli ambienti e i paesaggi con una maestria tale da produrre opere quasi fotografiche. Egli - come gli impressionisti - riproporrà spesso gli stessi paesaggi nei suoi dipinti, ma al contrario della futura corrente espressiva, non per rappresentarli con le differenti tonalità di luce dovute alle differenti ore del giorno, o alle differenti stagioni, bensì perché quei posti gli piacciono, e vuole rappresentarli per fa sì che tanti altri possano conoscerli, se non dal vero, almeno attraverso le sue opere.

Proporrà la natura in formati importanti, quelli che fino ai suoi giorni erano stati riservati a tematiche sacre, storiche, o legate ai temi più classici. E così avremo scene di caccia rappresentate su tele enormi, o dame rilassate su una spiaggia mentre attendono il loro amante, o ancora una coppia di levrieri che osservano con eleganza chi si trova davanti al quadro.
La sua sicurezza è poi rappresentata negli innumerevoli autoritratti, con cui egli non vuole alimentare il proprio ego, bensì raccontare la propria storia.

Gustave Courbet si trova a proprio agio a metà tra il romanticismo e l'impressionismo, e le sue opere inneggiano al realismo per la accuratezza con cui la natura viene rappresentata e, osannata.

Davvero un peccato che l'esposizione si sia già conclusa.

Qui potete trovare qualche informazione sull'esposizione, mentre qui di seguito troverete un video che vi permetterà di assaporarla pur non essendoci stati.






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martedì 8 gennaio 2019

La Fame

Glauco Silvestri
La fame è il condimento migliore.


Los Alamos (Martin Cruz Smith)

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lunedì 7 gennaio 2019

Iron Man, i cinque incubi - #Fumetto #Recensione

Glauco Silvestri
Nel giorno della Befana mi è un po' strano parlare di fumetti, eppure la lettura di questo Marvel, per me, non è una consuetudine assodata... Tutt'altro, è una sorta di eccezione, perché davvero di rado leggo fumetti dedicati ai super eroi.
Iron Man è però qualcosa di differente, e un qualcosa di - perdonatemi l'accostamento - molto affine al Batman della DC Comics. Tony Stark, così come Bruce Wayne, non hanno superpoteri. Loro hanno i soldi, hanno la presenza fisica, hanno una motivazione... E grazie ai soldi, hanno le attrezzature per poter combattere i malvagi da un piedistallo. Entrambi indossano una maschera, ma a differenza di Wayne, Stark è un personaggio pubblico, e tutti sanno che è Iron Man, e tutti sanno che è a capo dello S.h.i.e.l.d. eccetera eccetera.

A ogni modo, la sorte ha voluto che qualche settimana io abbia guardato Iron Man alla televisione, e pochi giorni dopo, fossi a un mercatino dell'usato, dove per soli due euro ho potuto fare mio il volume I cinque Incubi, una mini-serie dedicata ad Iron Man, scritta da Matt Fraction, e disegnata da Salvador Larroca.

I cinque Incubi sono la serie con cui Iron Man è stato rivitalizzato nel mondo del fumetto. Si aggancia direttamente alle pellicole cinematografiche, e di conseguenza ne cambiano un po' la morfologia rispetto al personaggio che tutti hanno conosciuto sin dalle origini.
In questo volume torna a echeggiare il nome Stane. Vi ricordare di lui? Nel film è il socio che manovra alle spalle di Stark per soffiargli la compagnia. Nei fumetti non è socio di Stark, bensì un suo avversario in affari, ma alla fine tutto si riduce allo scontro finale in cui Stark vince, e Stane perde. Ebbene, nel mondo dei fumetti Obadiah Stane muore suicida per non subire l'umiliazione di essere arrestato da Stark, e nei cinque incubi, ecco che arriva il figlio - Ezekiel Stane - a vendicare la morte del padre.
Tony Stark è un personaggio tormentato dai famosi cinque incubi, sente tutto il peso sulle sue spalle, e non è un peso facile da sopportare, anche perché agli occhi di molti, nonostante ormai abbia abbandonato il mercato delle armi, lui è sempre e comunque il ricco guerrafondaio che cerca di ripulire la propria coscienza facendo del bene, ma usando denaro sporco per farlo.
Insomma... Stark teme di non essere all'altezza, ed Ezekiel riesce a colpire duro nel punto debole di Stark. Usa le stesse tecnologie da lui sviluppate per creare armi di distruzione di massa, che poi ovviamente utilizza per demolire l'immagine, e la ricchezza, del suo nemico.
Tecnologie alla base dello stesso Iron Man, tecnologie difficili da identificare, tecnologie che forse lo stesso Iron Man non è pronto ad affrontare.
E lo scontro sarà duro, terribile, e dal risultato tutt'altro che scontato.

Ma non voglio dire di più. La storia è affascinante, e vista la mia ignoranza, l'ho letta con la consapevolezza di avere parecchie lacune nei confronti del mondo che ruota attorno al fumetto. Sul finale compare persino l'Uomo Ragno, che se non potrà aiutare Stark nella lotta, sarà comunque utile come spalla per tamponare le falle agli errori del celebre miliardario. E la storia mi ha davvero catturato. Ciò che invece mi è piaciuto meno è il disegno, un disegno moderno, tridimensionale, patinato, frutto della computer grafica, con i volti troppo definiti, troppo finti, quasi manichini, e privi di espressività. E ovviamente i baloon all'americana... A volte è davvero difficile leggere i fumetti americani. Non si capisce mai chi sta dicendo cosa, chi parla per primo, come avviene lo scambio di battute... Spezza il ritmo, e spezza anche l'apprezzamento dei disegni. Paradossalmente sono molto più belle e interessanti le tavole messe in coda alla vicenda, le copertine alternative, le illustrazioni. 
Però c'è del buono in questo fumetto, soprattutto perché Stark, qui, appare vulnerabile, indeciso, umano. La storia merita!

Ve lo consiglio? Sì. E tenete conto che è la parola di un non appassionato. Sulla bilancia i pro vincono sui contro, e alla fine si arriva all'ultima pagina soddisfatti.

Buona Befana!





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Professione: Assassino (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
18/11/2005 09.38am

Sono stato contattato ieri pomeriggio tramite i soliti canali ufficiali. L'inserzione sul giornale era chiara:

A.A.A. Marta riceve solo il giovedì dalle 23. Concordare telefonicamente per un appuntamento.

Marta è un nome abbastanza comune per contattare chi fa il mio mestiere. È un gioco di parole. È sufficiente cambiare una vocale. la ‘a’, con altre due differenti lettere e si ottiene la parola ‘Morte’. Il numero di telefono è in realtà il riferimento a un Access Point remoto per computer. È sufficiente chiamare quel numero con un modem analogico, un'ora prima di quella indicata dall'inserzione, per accedere a una rete protetta da cui poi è possibile ottenere le informazioni necessarie alla risoluzione del contratto.
In questo caso, l'obiettivo era un uomo di mezz'età: volto anonimo, vita anonima, abitudinario. La classica persona che ha qualcosa da nascondere e che, di conseguenza, si comporta in modo tale da non essere notata. 
Il suo file era pieno zeppo di dettagli. Dai locali che solitamente frequenta, l'indirizzo del suo appartamento, con annesse diverse foto prese da angolazioni differenti; foto di parenti e amici; foto dei colleghi di lavoro con cui si relaziona più spesso; persino la cartella clinica.
Dopo aver analizzato accuratamente quei dati, ho deciso che l'operazione poteva essere fatta subito, il giorno stesso.
L'obiettivo era abituato ad andare al cinema il giovedì. Andava in un multisala non molto lontano da casa sua, uno di quelli che fanno dei tesseramenti e offrono condizioni speciali ai clienti affezionati. 
Avevo differenti possibilità di scelta: preparare una trappola davanti al cinema, con un alto rischio a causa del via vai di clienti all’ingresso; oppure un appostamento sul tetto del palazzo di fronte a casa sua, sicuramente un lavoro molto più pulito, con meno rischi di incorrere in incidenti.
Decisi per la seconda opzione.
Ovviamente dovevo essere sicuro che tutto filasse per il verso giusto e così, ho cominciato a pedinare il soggetto non appena uscito dal lavoro. Mi sono assicurato che rientrasse a casa e che, come sua abitudine, uscisse nuovamente per andare a vedere lo spettacolo delle dieci. Lo osservai prendere il biglietto, andare al bar interno del multisala, bere un caffé in attesa che la sala fosse accessibile, ed entrare.
A quel punto potevo abbandonare il cinema. Avevo tutto il tempo per tornare al suo domicilio, entrare nel palazzo di fronte e approntare un accogliente punto d'osservazione.
Tre ore più tardi ecco la sua macchina arrivare. Una vecchia ford Escort verde pisello. Auto anonima per una persona anonima. Ho preparato il fucile, una carabina Argo della Benelli. Un'arma nuova e dalle prestazioni eccezionali, precisa, silenziosa, di grande potenza. Un acquisto recente, che desideravo da tempo utilizzare sul lavoro, piuttosto che ai soliti poligoni di tiro. Quando l'obiettivo è sceso dall'auto ho preso la mira, ho controllato la cima degl'alberi per stimare la direzione del vento, la sua forza, e correggere la traiettoria del proiettile.
Ho inspirato, trattenuto il respiro, premuto il grilletto, espirato. Tutto in pochi istanti.
L'obiettivo si è accasciato a terra lentamente, strisciando sulla superficie metallica della sua auto.
Ho atteso qualche istante per verificare che il colpo fosse andato veramente a segno, che il soggetto fosse realmente stato terminato. Poi ho smontato il fucile, l'ho messo nella sua custodia, ho raccolto il panno che avevo steso sul pavimento per non lasciare tracce e con calma, serenamente, sono disceso in strada da cui mi sono allontanato a piedi.

Un lavoretto pulito.





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sabato 5 gennaio 2019

Oltre L'onda: Hokusai e Hiroshige - #Mostre #Recensione

Glauco Silvestri

No! Non sono per nulla esperto di arte giapponese. eppure le silografie mi affascinano parecchio, tanto che in casa ne abbiamo un paio appese alle pareti, e tanto che quando ci capita un'occasione come la mostra di cui vi sto per parlare, corriamo subito a vederla.
In questo caso l'esposizione mette a confronto due grandi maestri del 'Mondo Fluttuante', Katsushika Hokusai (1760 - 1849) e Utagawa Hiroshige (1797 - 1858), artisti che raggiunsero il loro apice nella prima metà dell'ottocento, in occasione dell'apertura all'occidente, da cui ottennero una nuova fonte di ispirazione, e soprattutto, il blu di prussia, un colore che in Giappone non era disponibile fino a quell'epoca storica.
Sono 270 opere, tutte provenienti dal Boston Museum of Fine Arts, ed esposte in sei aree tematiche che aiutano a comprendere il percorso evolutivo dei due artisti, le affinità e le differenze, e anche l'abilità nel realizzare queste opere, davvero molto complesse, e che richiedevano una grande precisione nell'intaglio del legno.

La Grande Onda
Hokusai spiccò immediatamente come artista dell'ukiyoe. La sua principale capacità fu quella di rappresentare con forza, drammaticità, e sintesi, i luoghi, i volti, e le credenze della società nipponica del tempo. Hokusai fu considerato uno degli artisti più raffinati, il suo uso del colore, e la sua capacità di raccontare la società di quel tempo, la bellezza dei paesaggi, e persino animali e piante, veri o leggendari, autoctoni del Giappone. E la mostra comincia proprio con le sue Trentasei Vedute del Monte Fuji, una serie che divenne iconica per l'arte giapponese, soprattutto perché comprendeva La Grande Onda presso la costa di Kanagawa, nota ai più come La Grande Onda.

l mare di Satta nella provincia di Suruga
Più giovane di vent'anni, Hiroshige divenne un nome celebre più o meno nello stesso periodo grazie a una serie molto ambiziosa che illustrava l'intero percorso che collegava le due capitali della nazione Edo (Antico nome di Tokyo) e Kyoto. L'opera è nota come Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, esposte nella seconda sezione della mostra. La capacità unica del giovane Hiroshige si enfatizzava al momento di ritrarre la forza degli elementi. Vento, pioggia, neve, nebbia e i chiarori di luna furono il vanto delle sue capacità artistiche, al punto che gli valse il titolo di "Maestro della Pioggia e della Neve".
Hiroshige, a distanza di un ventennio dalla serie di Hokusai, ripropose Trentasei Vedute del Monte Fuji in uno stile tutto nuovo, che però andò ad omaggiare - e inevitabilmente a confrontarsi - con quanto prodotto dal maestro che lo aveva preceduto. In particolare, il confronto diventa diretto tra La Grande Onda e Il mare di Satta nella provincia di Suruga, in cui è rappresentata una grande onda, in questo caso ingentilita da un clima più mite, e dalla cui spuma danzante fuoriescono stormi di uccelli che volano alti nel cielo.

L'esposizione continua con la serie Illustrazioni di luoghi celebri delle sessanta e oltre provincie, in cui spicca Awa, I gorghi di Naruto, davvero un'opera splendida. L'ultima sezione è invece dedicata alle Cento vedute di luoghi celebri di Edo, sfortunatamente interrotta dalla morte dell'artista, in cui si possono ammirare della silografie davvero eccezionali.



La mostra è visitabile fino al 3 Marzo 2019.
Qui (n.d.r. Il sito ufficiale), qui, qui e qui potete trovare molte informazioni al riguardo.

Come da tradizione, in conclusione di questo breve articolo, vi lascio con un video introduttivo dell'esposizione, che di sicuro saprà incuriosirvi molto meglio di quanto possa fare io con le sole parole scritte in questo breve post. Buona Visione.


 



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venerdì 4 gennaio 2019

Juno - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Juno è un vero gioiellino. Una commedia melodrammatica in cui si affronta un tema scottante, quello dei teenager che crescono troppo in fretta, delle madri giovanissime che si trovano ad affrontare problemi adulti senza averne le capacità.

Lei, Juno, è una di quelle ragazze sicure di sé, insolenti, fredde, che riescono a mantenere il controllo in ogni situazione in cui si trovano, per lo meno in apparenza. Rimane incinta dopo aver fatto sesso con un suo compagno di scuola, e... Ecco che la sua vita cambia. Ma è troppo giovane per poter allevare un figlio, e non ne ha proprio voglia, per cui - appoggiata dai genitori - decide di darlo in adozione non appena questo nasce.
Ciò non toglie che debba affrontare tutto il periodo della gravidanza, e questo è forse l'elemento scatenante che porta la ragazza verso un percorso più maturo, trovando il giusto equilibrio per confrontarsi con il prossimo, forse smussando un po' la sua lingua affilata, forse cambiando il suo stesso modo di vedere il mondo e ciò che la circonda.

E' un film di cui non si può svelare troppo. Fa ridere, fa riflettere, ed Ellen Page è davvero perfetta nei panni di Juno. Molto bravo anche Jason Bateman e... c'è anche Jennifer Garner; ve la ricordate, vero? La regia fa il suo lavoro egregiamente, lo script è perfetto, i personaggi sono costruiti con maestria. Di difetti ne vedo davvero pochi in questa pellicola. Io la adoro, e anche se ormai non mi sorprende più - alla prima visione si rimane folgorati - lo guardo ancora molto volentieri.

Ve la consiglio davvero tanto.







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giovedì 3 gennaio 2019

Canone Inverso - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Siamo in Cecoslovacchia, è il 1968, e il film ci racconta una storia tragica di una famiglia amante della musica. Lui è Jeno Varga, e con lui c'è Costanza. Il tempo scorre all'indietro, e il violinista si rivede bambino con il suo primo strumento a suonare per le strade senza aver mai avuto lezioni. La madre lo guardava a metà tra lo stupore e la nostalgia, perché nelle note suonate dal suo bambino rivedeva l'uomo con cui l'aveva concepito, e che era sparito lasciandole in dote solo la musica, il violino, e quel bambino prodigio. Il tempo scorre e scocca l'amore tra Varga e la bella pianista ebrea Sophie Levy. Racconta della sua amicizia col figlio del barone Blau, David, anch'egli ebreo. E poi il 'terremoto emotivo' causato dall'avvento del nazismo, le leggi razziali, l'allontanamento dei due ragazzi, e della cattura di lui e Sophie mentre stanno suonando in coppia al teatro...

E senza svelare nulla sul finale di questa vicenda, il racconto conduce lo spettatore verso un colpo di scena che non può neppure comprendere a pieno, perché a un certo punto non si capisce più chi è chi, e il ruolo dei personaggi viene avvolto dalle melodie, dalle passioni, da una vita tormentata che nessuno meriterebbe di vivere.
La regia (n.d.r. Di Ricky Tognazzi) è delicata, appassionata, ben costruita per mantenere il giusto tormento, e il giusto mistero, in questa vicenda drammatica. Bravi, davvero bravi, gli interpreti... Molto appassionati e immersi nei personaggi. La colonna sonora di Morricone è perfetta.


Film davvero notevole, da vedere assolutamente... Io non l'ho mai letto, ma il romanzo da cui è tratto dovrebbe essere altrettanto favoloso.




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mercoledì 2 gennaio 2019

L'uomo senza volto - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Anno nuovo, film vecchio! Torno al lontano 1993 per rispolverare una chicca cinematografica che ormai è stata riposta nel dimenticatoio.

L'uomo senza volto scava tra i pregiudizi, le paure ataviche per il diverso, e ce le mostra raccontando le vicende di un ragazzino, di un professore dal volto sfigurato, e di una cittadina che non fa altro che malignare alle spalle di ciò che non capisce.
Lui è il professor McLeod, un insegnante dal volto e torace sfigurati da ustioni, che si è ritirato nel Maine per vivere in una sorta di casa-castello, in isolamento, a combattere con i propri fantasmi. Il ragazzo è un dodicenne, Chuck, che sogna di entrare a West Point, per fuggire da una famiglia disastrata (n.d.r. Madre divorziata quattro volte, padre malato di mente e alcolista). 
Il professore accetta di fare da tutore al ragazzo, per prepararlo all'accademia militare, ma le malelingue in paese non fanno che montare sul loro rapporto delle 'favole', per non dire fandonie, che finiscono per mettere in cattiva luce la loro frequentazione, e... Oltre non vado per non rovinare la visione della pellicola.

Un film toccante, che mostra il peggio del genere umano, ma anche il suo meglio. I pregiudizi la fanno da padrona, ed è evidente che anche a tanti anni di distanza, quanto viene raccontato nel film è ancora molto vero. Basta poco per pensar male, per condannare senza prove, per accusare e condannare un uomo di reati che non ha mai commesso. E' lo stomaco a dettar legge, non il cervello, e solitamente, tutto ciò che è diverso va temuto, combattuto, senza neppure dare una occasione al proprio bersaglio.
Qui viene bersagliata una amicizia, e Gibson è davvero maestro nel mostrare il lato vulnerabile di una persona che ha perso tutto nella vita. Bravissimo anche il giovane (in quegl'anni) Nick Stahl, che ottiene una nomination per miglior giovane attore grazie alla sua interpretazione di Chuck. Buona anche la regia, di Gibson, che ci prepara ai suoi futuri, ottimi, lavori.

Sì, lo so... Forse a inizio anno si è poco predisposti per la visione di un film drammatico. Però è un gran bel film. Ed è per questo che ve lo segnalo.



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martedì 1 gennaio 2019

Ma noi dovremo assumerci la guida morale

Glauco Silvestri
«Dopo la guerra dovrà esserci un controllo internazionale su tutti gli ordigni nucleari, e collaborazione internazionale per gli usi pacifici dell'atomo. E questo sarà possibille, quando il mondo sarà reso più razionale dalla paura, Harvey. Ma noi dovremo assumerci la guida morale.


Los Alamos (Martin Cruz Smith)


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