domenica 31 marzo 2019

Z la Formica - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Z la Formica è un film che spesso viene citato in contrapposizione con A Bug's life. Ne abbiamo già parlato in occasione della recensione dedicata al titolo Pixar, e forse è inutile andare a rivangare il fatto che i due film siano usciti pressoché in contemporanea 'per puro caso', che la Dreamworks sia nata da una fuoriuscita di tecnici dalla Pixar, e... A noi queste cose non interessano, vero? Il fatto è che, per quanto i due film parlino di formiche, e del mondo degli insetti, Z la Formica è una pellicola più adulta, introspettiva, e forse più adatta ai genitori che ai bambini.

Z è una formica operaia, nevrotica e insoddisfatta della propria vita, che non riesce a conformarsi alla vita collettiva del formicaio. Una sera, mentre è al bar a bere un bicchiere con il suo amico Weaver, conosce una giovane formica, che scoprirà essere la principessa Bala, erede al trono, e se ne invaghisce.
Per farsi notare dalla giovane principessa, Z riesce a convincere l'amico a fare cambio di ruolo, e di entrare nei panni della formica soldato per partecipare alla parata in onore della ragazza.
Ciò che nessuno di loro può sapere è che, nel frattempo, il generale Mandibola sta tramando per detronizzare la regina. Fa allagare il formicaio per metterla in cattiva luce, e di seguito, scatena una guerra contro le termiti da cui nessuno farà ritorno... Tranne Z.
Z viene proclamato eroe, ma il divenire al centro delle attenzioni, fa scoprire il fatto che egli sia una formica operaio e non una formica soldato. Cadrà quindi dalle stelle alle stalle: viene condannato, e per salvarsi dalla prigionia, decide di rapire Bala e di fuggire a Insettopia, un luogo utopico dove gli insetti vivono in pace nell'abbondanza di cibo e risorse.
Nella fuga i due ragazzi si innamorano, ma il loro stare insieme dura poco, perché gli scagnozzi di Mandibola riescono a trovarli e a riportare al formicaio la principessa...

Immagine trovata qui
E da qui non vi racconto come prosegue, perché ovviamente Z avrà modo di riscattare sé stesso, e i cattivi faranno la fine che meritano, come sempre accade nelle favole col lieto fine.

Il film è ben realizzato, del resto Dreamworks non ha nulla da dimostrare in quanto a qualità dei suoi prodotti. La trama è ben congegnata, scorre bene, e se proprio bisogna criticare qualcosa al prodotto in questione, i personaggi hanno una espressività limitata, già vista in altri film Dreamworks... 
Ma Z è stato il primo, per cui è davvero inutile pensare a questi dettagli. Nel complesso è un ottimo film, diverte, e non risente del trascorrere del tempo. 

Forse, per certi versi, è il miglior film Dreamworks che abbia mai visto, e compete direttamente con il primissimo Shrek


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sabato 30 marzo 2019

The Visit - #Recensione #Film

Glauco Silvestri
Devi vedere The Visit! Così mi han detto alcuni amici con il sorriso sotto i baffi. Già! M.N. Shyamalan è uno di quei registi che può sfornare un capolavoro come Il Sesto senso, e anche una roba pessima come The Sign. E forse The Visit finisce per posizionarsi a metà classifica...

Vicenda semplice semplice: Lei scappa di casa col suo uomo. Litiga con i genitori perché loro lo giudicano un poco di buono. E per decenni figlia e genitori non si vedono, né si sentono, per nessun motivo. E alla fine quell'uomo era davvero un poco di buono, visto che ha abbandonato lei, e i due figli che hanno avuto assieme.
A ogni modo, quando ormai i due ragazzi sono adolescenti, entrambi chiedono alla madre di andare a conoscere i nonni. Visto che la madre non è ancora pronta a rivederli, decide di mandare i bambini (n.d.r. Cresciutelli) da soli... Tanto cosa potrà mai accadere?
E quando arrivano alla stazione i nonni sono lì ad accoglierli. Son vecchi, acciaccati, ma felici di averli a casa loro. E all'inizio tutto sembra normale, a parte forse il coprifuoco alle nove e mezza di sera, che presto scoprono che è per il loro bene, perché la nonna soffre di una malattia che di notte la fa comportare in modo strano, e potrebbe spaventarli. E anche il nonno pare avere i suoi segreti, che poi è solo un po' di incontinenza, e i pannoloni di cui si vergogna, che va a buttare nel capanno degli attrezzi, per poi bruciarli insieme ai rami e foglie secche raccolti nel loro campo.
Eppure il loro comportamento sembra strano più di quanto ci si immagini. E i ragazzi cominciano a sospettare il peggio...

Non vi voglio svelare cosa si nasconda dietro allo strano comportamento dei nonni di questi due ragazzi. Il film è realizzato sotto forma di documentario girato dai ragazzi stessi. La telecamera a spalla, i video girati continuamente, son cose che magari ai primi film potevano piacere per la novità, ma poi... be'... stancano e sanno di surreale. Non so, a me convincono poco, ma devo ammettere che in questa pellicola tutto è realizzato in modo plausibile, e la visione si affronta bene. 
La trama pare banale all'inizio, e la prima parte del film cattura l'interesse giusto per il comportamento strano dei nonni. Bisogna ammettere che alcune scene sono davvero inquietanti, come quando giocano a nascondino sotto casa, o quando scoprono per la prima volta che la nonna va in giro per casa, di notte, comportandosi come una pazza.
E poi c'è il nonno, che spesso viene colto in flagrante mentre tenta di togliersi la vita... Insomma, tutto pare ricollegare i comportamenti strani con la frustrazione di avere un rapporto a metà con la figlia, chissà; e invece...
Buona la recitazione, e come ho anticipato, la regia si fa accettare nonostante io non ami troppo i mockumentary (n.d.r. Ok! The Blair Witch Project mi piacque... Ma era il primo nel suo genere, poi è diventata una moda).

Cos'è che non funziona? Il finale affrettato, e un po' raffazzonato. Forse avrebbe funzionato meglio con una chiusura drammatica, ma be', dopo tanta tensione, tutto degenera in un lieto fine quasi comico. Boh!



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venerdì 29 marzo 2019

Letters from Iwo Jima - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Dopo Flags of Our Fathers non potevo che citare il suo compagno putativo Letters from Iwo Jima; sempre regia di Eastwood, sempre dedicato alla battaglia di Iwo Jima, ma questa volta raccontato con gli occhi dei Giapponesi a difesa dell'isola.

In questo caso a parlare del conflitto sono le centinaia di lettere rinvenute solo di recente dopo la battaglia avvenuta sessant'anni fa. Quaranta giorni di scontri, tantissime testimonianze di uomini che hanno vissuto, combattuto, e resistito fino alla morte, su uno dei fronti più atroci della seconda guerra mondiale.
Iwo Jima è l'ultimo baluardo prima dell'invasione del Giappone. I soldati inviati su quell'isola sono consapevoli che probabilmente non faranno ritorno a casa, eppure fanno il loro dovere al comando del generale Tadami Kuribayashi, il quale riesce, pur con pochi mezzi, a opporre una estenuante, sanguinosa, inutile, resistenza alle truppe alleate. 
E' uno scontro eroico quanto folle. Eppure il senso del dovere, l'amore per la patria, e una forte determinazione spinge i giapponesi a non arrendersi mai. Sopravviveranno in pochi, lo stesso generale morirà sul campo durante l'ultimo furibondo scontro. Tra i pochi sopravvissuti ci sarà un giovane soldato, un panettiere, a cui il generale - nel tentativo di salvargli la vita - da l'incarico di distruggere tutti i documenti prima che sopraggiungano gli americani. Saigo non obbedirà pienamente all'ordine, e seppellirà migliaia di lettere destinate alle famiglie dei suoi commilitoni... Quelle rinvenute di recente, e che - ovviamente - hanno ispirato questa pellicola.

Film toccante, estremo, affascinante, e anche contemplativo. E' strano usare quest'ultimo aggettivo per un film di guerra, ma quando si parla di persone, oltre che di soldati, allora lo spirito umano va al centro dell'attenzione e lo spettatore non può che riflettere sulle persone che erano presenti allo scontro, sulle loro vite, i loro affetti, i loro timori, e le loro convinzioni.
La regia di Eastwood è magistrale, e la scelta di produrre la pellicola con il solo parlato giapponese, è una scelta perfetta per questo tipo di narrazione. Ovviamente è sottotitolato, e qui in Italia (n.d.r. Noi siam sempre speciali) è presente anche il doppiaggio nella nostra lingua.

Più bello di Flags of Our Fathers. Meraviglioso.



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giovedì 28 marzo 2019

Flag of our Fathers - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Siamo a Iwo Jima, isola del Pacifico al confine dell'impero del Sol Levante. L'isola è stata finalmente conquistata dalle truppe alleate, e una bandiera americana viene sollevata sul monte Suribachi per esaltare l'impresa. Cinque soldati e un marinaio vengono immortalati nell'atto di alzare la bandiera, e la foto diventa tanto celebre da diventare uno strumento di propaganda.

Letter From Iwo Jima ci racconta le vicende di tre di questi sei uomini, tre soldati che vengono rimpatriati per essere 'usati' dalla macchina commerciale e di propaganda americana necessaria a finanziare il conflitto.
Lo scrittore James Bradley, figlio di uno degli uomini che issò la famosa bandiera, decide di rintracciare quegli uomini. Riuscirà a trovarne solo tre, e scoprirà molti segreti orbitanti attorno a quella fotografia, che non fu scattata alla conquista dell'isola, bensì solamente dopo il quinto giorno di un conflitto che durò altri quaranta giorni. La foto fu scelta solo perché molto efficace dal punto di vista simbolico. Dei sei uomini, solo Ira Hayes, Rene Gagnon e, per l'appunto, il padre dello scrittore John "Doc" Bradley (n.d.r. All'epoca un infermiere della marina) si salvarono allo scontro con i giapponesi perché, non appena identificati dall'apparato militare, furono ricondotti in patria per fungere da eroi e convincere i privati cittadini a comprare i buoni dell'esercito, così da continuare a finanziare il conflitto.

Eastwood ci racconta la storia di questi uomini, le loro frustrazioni, le loro paure, i loro sentimenti, e ci racconta tutto con gli occhi dello scrittore, con gli occhi di chi assiste a tutto quanto dall'esterno, e allo stesso tempo, con gli occhi di tre ragazzi spauriti che per un puro colpo di fortuna sono stati sottratti a morte quasi certa, ma che - per certi versi - si trovano intrappolati in un meccanismo di propaganda che vuole dipingerli come non sono, mettendo a dura prova i loro nervi, e le loro emozioni.

Un film eccezionale. Un film davvero eccezionale. E visto che il film è tratto da una vicenda vera, qui trovate il libro - omonimo - scritto da James Bradley in seguito alle sue ricerche.




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mercoledì 27 marzo 2019

Date a #Siri ciò che non è di Siri (Lesson 6) - #Corso #Homebridge

Glauco Silvestri

Essere riusciti ad avere Hombridge funzionante è già un grande risultato. Ora possiamo controllare tutti i nostri dispositivi, che siano certificati per Apple Casa o no, attraverso Siri e il nostro iPhone (n.d.r. E l'iPad, e il Mac).

Ma cosa accade se viene a mancare la corrente? 

Il ovviamente Raspberry si spegne, e al ritorno della corrente si riaccende. Ma pur riavviandosi il sistema operativo del Raspberry, Homebridge non può partire da solo. Questo è il compito che abbiamo oggi: Rendere Homebridge capace di partire in automatico ogni volta che il Raspberry si resetta.

Cominciamo col dire che ci sono vari metodi, su Linux, e più nel dettaglio su Raspbian, per far avviare al boot un programma. Io ne ho provati personalmente un paio, e quello che ho trovato più semplice e immediato, nonché più comodo da controllare, è quello che vi illustrerò oggi.
L'idea è quella di creare una cartella di Esecuzione Automatica, proprio come quella che Windows ci ha abituati ad avere nel menù Avvio, per lo meno fino a Windows 8 e 10 (n.d.r. C'è ancora, ma non si vede più nel menù di avvio).

Su Raspbian non esiste questa cartella, ma si può creare. Per cui, se abbiamo Homebridge funzionante, dobbiamo chiuderlo premendo contemporaneamente CTRL e C.

Poi, sempre nella finestra terminale collegata in SSH col Raspberry, digitiamo i seguenti comandi.
cd /home/pi/.config
mkdir autostart
cd autostart
Con questi primi comandi abbiamo creato la cartella autostart, e ci siamo entrati per poi inserire quanto serve all'avvio automatico di Homebridge. Dobbiamo scrivere un piccolo script, niente di difficile. Con la stringa che segue apriamo il nostro editor di testo e creiamo il file homebridge.desktop.
sudo nano homebridge.desktop
All'interno del file dobbiamo scrivere i seguenti comandi:
[Desktop Entry]
Name=homebridge
Exec=lxterminal –e “home/homebridge”
Type=Application
Poi salviamo il tutto premendo contemporaneamente CTRL e O, e chiudiamo con CTRL e X.

La terza riga è ciò che ci interessa maggiormente. In pratica ordiniamo al sistema operativo di avviare, non appena il Desktop è stato caricato, una finestra terminale, e di lanciare Homebridge.

Ora proviamo a vedere se funziona. Digitiamo la seguente stringa e premiamo Enter.
sudo reboot
Il comando serve a riavviare il Raspberry. Colleghiamo il monitor al nostro piccolo hub per vedere cosa succede. Attendiamo qualche secondo, ecco che compare il desktop, ecco che si apre la finestra terminale, e... sì, Homebridge parte e mostra il QR code (n.d.r. Ovviamente non dobbiamo rifare l'abbinamento!). 
Controlliamo sull'iPhone che Homebridge risulti connesso all'applicazione Casa (n.d.r. L'icona dovrebbe indicare lo stato dei dispositivi, o presentare una scritta di errore di connessione).
Funziona tutto? Perfetto!

E se invece avessimo dei problemi? Metti che nella finestra terminale non vediamo partire Homebridge? Probabilmente è sbagliata la path indicata nello script homebridge.desktop.

Noi avevamo scritto “home/homebridge” nel nostro script. Potremmo aver sbagliato posizione. Lo possiamo controllare subito digitando quanto segue:
which homebridge
Premiamo Enter e attendiamo la risposta. A terminale dovrebbe comparire l'esatta posizione del file che cerchiamo.

A quel punto copiamo la path corretta, torniamo dentro al nostro script, correggiamo il percorso con quanto indicato dal sistema, salviamo, chiudiamo, e riproviamo a fare il reboot.

Questa volta dovrebbe funzionare tutto correttamente.

E qui potremmo chiudere la nostra lezione... Ma in appendice credo sia opportuno spiegare come fare a interrompere l'avvio automatico di Homebridge. Non si sa mai, potrebbe essere utile, come anche potrebbe non servire mai. E' meglio comunque sapere che per 'spegnere' l'avvio automatico è sufficiente cancellare il file homebridge.desktop.
Per farlo è sufficiente chiudere Homebridge con la solita pressione contemporanea di CTRL e C, e digitare quanto segue.
cd /home/pi/.config/autostart
sudo rm homebridge.desktop
Con questi comandi non facciamo altro che andare nel direttorio autostart, e cancellare homebridge.desktop. A questo punto, facendo il reboot, noteremo che all'avvio del sistema operativo non si aprirà più la finestra terminale il nostro hub non sarà più operativo.

Ci vediamo la prossima settimana per l'ultima lezione...


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martedì 26 marzo 2019

Cosa attendiamo?

Glauco Silvestri
Ogni ora, amor mio, ci approssima alla morte: mentre stiamo parlando, lentamente si muore. Cosa attendiamo, allora? Cosa attendiamo?

Arma Infero (Fabio Carta)


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lunedì 25 marzo 2019

La taverna di Dioniso (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
La voce roca del leader dei Korn usciva rabbiosa dall’abitacolo della piccola Lotus Elise gialla che correva lungo Via Mazzini in direzione San Lazzaro. Era notte fonda. Il primo luglio aveva appena esordito tra le torri secolari della città con la sua afa soffocante. Un cielo nero, tempestato da piccole luci evanescenti, era testimone della fuga degli abitanti verso le vicine località marittime. 
Artemide, dall’alto di quella notte afosa, osservava curiosa il piccolo veicolo mentre sfrecciava su una Via Emilia completamente sgombra. Alla guida c’era un giovane dall’espressione strafottente. Viso pulito, elegante, occhi azzurri, capelli biondi dalla piega perfetta. La sicurezza fatta persona. Il sorriso del ragazzo dimostrava tutta la sua disinvoltura nella guida. Gesti rapidi, eleganti, manovravano cambio e volante mentre l’auto sfrecciava per le strade deserte. Una danza che coinvolgeva, oltre alla vettura impertinente, anche il corpo snello e tonico del giovane. 
Apollo era diretto alla taverna che Dioniso aveva rilevato da qualche mese lungo quell’antica via bolognese. Era furioso. Suo padre era diventato intrattabile da quando non poteva più sorseggiare il profumato nettare di suo fratello. La sua fuga sulla Terra lo aveva indispettito a tal punto da rendere impossibile la vita a tutti gli altri abitanti dell’Olimpo, specie a sua madre, che presolo in disparte, gli aveva imposto di andare a riprendere il figliol prodigo e di usare ogni mezzo a propria disposizione per ricondurlo all’ovile. 
Missione che ad Apollo era parsa più semplice di quanto poi non si fosse rivelata in realtà. Oramai erano già trascorsi più di due mesi e Dioniso non era ancora rinsavito. Lo stesso Apollo non era più rientrato sull’Olimpo, e con lui molte altre divinità avevano abbandonato le loro case per disperdersi tra le mura della piccola e accogliente Bologna. 
Frenò bruscamente quando vide l’insegna dell’osteria brillare su una piccola palazzina alla sua sinistra. Accostò rapido tagliando l’altra corsia e spense il motore ignorando bellamente il colpo di clacson di uno scooter che per poco non era volato a terra nello scansare il bolide giallo. 
Apollo scese dall’auto. Osservò il ragazzino alla guida dello scooter che non aveva rinunciato a rivolgergli un dito alzato mentre si allontanava. Sorrise, e sottovoce, gli suggerì di fare attenzione alla rotonda che stava per affrontare. Suggerimento che il giovane non poteva udire. Attese qualche istante e un nuovo colpo di clacson lo fece annuire di soddisfazione. Lo scooter si era immesso nella rotonda senza dare la precedenza. Un auto aveva frenato di colpo per tentare di evitare l’impatto ma la distanza tra i due veicoli non era sufficiente. Il suono cupo di plastiche infrante esplose pochi istanti più tardi. Il rombo di un motore costretto a soffocarsi dalla frenata, il metallo strisciante sull’asfalto, il tonfo del corpo giovane privo di sensi costretto dall’inerzia a battere violentemente contro un cassonetto, giunsero in una successione inevitabile. 
Apollo aprì le porte della taverna ed entrò come già aveva fatto qualche sera prima. Dioniso controllava una scaffalatura ricca di preziose bottiglie ambrate provenienti da tutta Italia. Apollo studiò in silenzio la figura robusta che annotava chissà cosa sul piccolo blocco note che reggeva tra le mani. Dioniso sembrava ringiovanito e rinvigorito. Fischiettava il tormentone estivo del momento e ogni tanto accennava anche qualche breve passo di danza. 
«Se sei venuto per convincermi a tornare», disse la voce baritona dell’oste «allora puoi dire tranquillamente a tuo padre di farsi un bel litro di Tavernello. Per quel che ne capisce, non si accorgerà mai della differenza». 
Sorpreso, Apollo fece qualche passo verso l’uomo, e con fare affabile, ribatté «Come hai capito...». «Non c’è bisogno di possedere poteri divinatori per capire il motivo della tua presenza qui», lo interruppe Dioniso «Piuttosto...», aggiunse «Assaggia questo». 
Porse un calice in cristallo al ragazzo e vi versò un dito di un liquido del colore dell’oro «Viene dalla Sicilia, è una cantina nuova. Sublime». 
Apollo avvicinò il bicchiere al naso, inspirò il profumo fruttato, quindi si mise a contemplare il colore «Viene dalla Sicilia?». 
Dioniso annuì sorseggiando lo stesso nettare dalla propria coppa «Ottimo. Cattura il palato e la fantasia», allungò la bottiglia ad Apollo «Che fai? Non lo assaggi?». 
Il ragazzo esitò per un istante, quindi appoggiò le labbra al bicchiere e sorseggiò il vino. «Sublime, vero?». 





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domenica 24 marzo 2019

La Pietra di Bismantova

Glauco Silvestri
Ho scoperto da poco questo luogo meraviglioso poco distante da Reggio Emilia. Noi ci siamo arrivati da Modena, come suggerito dal navigatore, e devo dire che quando ci si avvicina a Castelnuovo ne' Monti si rimane come minimo stupefatti.

Unexpected!

Davvero! Non sembra un paesaggio emiliano. Eppure è proprio così, esiste, ed è un luogo dove molti vanno ad arrampicare per via delle sue pareti così dritte e affascinanti. Sono 1041 metri d'altezza. Non una enormità rispetto alle nostre alpi, ma...

Arrivati a un bel parcheggio proprio sotto a questa 'Pietra', io e la mia compagna ci siamo avviati lungo un sentiero che porta fino in cima.

Spring is coming...

Il percorso non è difficile, ma non è neppure facilissimo, specie quando si comincia a salire, e il verde viene sostituito dalle rocce, bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi.

Walking in black and white

Ovviamente non ho potuto fare a meno di fermarmi ogni istante per scattare qualche foto. Qui fa un po' più freddo che in pianura, e la natura è un po' più indietro rispetto agli alberi a valle, che già hanno le gemme sui rami.

Rocce e Alberi

Alzare lo sguardo significa ammirare un mix di rami senza foglie e rocce grigie e minacciose (n.d.r. Ma affascinanti).

Scolpito nella roccia

Non mancano sorprese incise nelle pietre, forse a omaggiare la natura impervia, e i ragazzi avventurosi che decidono di scalare questa roccia.

View!

E la meraviglia si amplifica quando si arriva in cima. Il panorama è mozzafiato! L'altipiano attira lo sguardo sui suoi confini, su ciò che è oltre quel bordo affilato che si tuffa nel vuoto senza alcuna esitazione.

Parete

Tramonto 

Pietre

E' una esperienza quasi mistica. Davvero affascinante. Mi sto ripetendo, lo so, ma probabilmente non è un caso che quassù tutti si fermano ad ammirare il vuoto, e probabilmente non è un caso che sia presente persino una sorta di altare rivolto a questi cieli maestosi.

Altare

Vorrei potervi mostrare ogni dettaglio di questo luogo incredibile, ma il tempo di fare foto non era tanto, il sole stava calando, ma soprattutto, soffiava un vento gelido che ci ha impedito di rimanere su in cima per il tempo che avremmo voluto.
Torneremo sicuramente, più avanti, quando il clima sarà più clemente e le giornate saranno più lunghe. Nel frattempo vi lascio il link al mio album Flickr dove sono contenuti altri miei scatti della Pietra di Bismantova. 

Buona visione e... Alla prossima occasione fotografica!



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sabato 23 marzo 2019

Skyscraper - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ogni tanto bisogna lasciarsi andare a film di questo tipo. Storia lineare, prevedibile, con quel non so ché di già visto, ma che alla fine affascina sempre e comunque. Skyscraper strizza l'occhio a due grandi pellicole del passato, Die Hard (n.d.r. Trappola di Cristallo), e Inferno di Cristallo (n.d.r. con il conseguente -anonimo - remake omonimo).

Ci troviamo nel grattacielo più alto del mondo. 898 metri se non sbaglio, costruito da un magnate della finanza che sogna di creare un nuovo concetto di metropoli verticale, autosostenibile (il grattacielo è alimentato da turbine eoliche poste al suo interno) ed ecosostenibile (la parte centrale della struttura accoglie parchi e giardini), e avanzatissimo tecnologicamente.
Ad occuparsi della sicurezza strutturale dell'edificio è affidato alla piccola ditta di Will Sawyer, ex agente FBI che, dopo un grave incidente in cui ha perso una gamba, si è dato alla sicurezza edile (n.d.r. Controllo impianti antincendio, rispetto delle normative, verifiche strutturali, eccetera eccetera). L'appalto per questo lavoro è giunto come un fulmine a ciel sereno, grazie a un suo amico ed ex collega dell'FBI, anch'egli vittima del medesimo incidente, e anch'egli reinventatosi come consulente sulla sicurezza. Entrambi lavorano per il facoltoso miliardario che ha costruito 'The Pearl', ma ciò che Will non sa, è che verrà - suo malgrado - coinvolto in una sorta di estorsione.
Il proprietario del grattacielo, infatti, ha dovuto sottostare al pagamento di tangenti per consentire che il suo sogno si avverasse, ma - essendo fondamentalmente onesto - quest'ultimo ha tenuto traccia di ogni pagamento facendo sì che il ricatto si rivoltasse a proprio favore. Ed  è per questo motivo che il Pearl viene messo a fuoco. Chi ricattava il miliardario vuole la chiavetta su cui sono registrati i dati, e... be' avete già capito, no?
Will, che vive nel grattacielo, lo vede andare in fiamme mentre è in città. All'interno ci sono sua moglie e i suoi due figli, per cui fa di tutto per salvarli. Allo stesso tempo, essendo lui il responsabile della sicurezza dell'edificio, viene subito sospettato di aver scatenato il terribile evento.
Tutti i nodi torneranno al pettine - ovvio - ma non prima di una serie di spettacolari peripezie, evoluzioni, effetti speciali, eccetera eccetera.

Che dire di questo film? Effetti speciali spettacolari, un bravissimo Dwayne Johnson, trama coinvolgente anche se prevedibile. E' un film divertente, pieno di azione, battute divertenti, e... Che altro si può volere da un popcorn movie? Buon divertimento!



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venerdì 22 marzo 2019

Andrea Pazienza (Classici del Fumetto nr. 47, Repubblica) - #Fumetti #Recensione

Glauco Silvestri
Non avevo mai letto nulla di Andrea Pazienza. La mia compagna aveva un volumetto edito da Repubblica, una sorta di breve biografia dell'autore con uno scorcio sul suo lavoro... a partire da Pentothal, passando per Zanardi, fino al simpatico Pertini.

Pazienza è un autore affascinante, davvero bravo nel disegno, esuberante nel tratto, capace di dettagli sopraffini, così come di disegni semplici, schizzi, davvero accattivanti.
E' un autore eclettico, e le sue opere lo dimostrano. E sicuramente non è un fumettista facile da affrontare. La sua vita e le sue storie sono strettamente legate, e nei racconti è sempre possibile trovare tracce di attualità, di quotidianità, di vita vissuta.
La sua esperienza al DAMS negl'anni della contestazione sociale sono ben radicati nel psicadelico Pentothal. La Bologna underground è invece ben raccontata da Zanardi. Altre opere invece si discostano dalla attualità, per concentrarsi su una vicenda, su un filo logico, ma l'irriverenza e la crudezza rimane sempre, e di sicuro i suoi lavori non sono pensati per un pubblico giovane... Per lo meno non tutti i suoi lavori, e comunque non di sicuro per il linguaggio colorito che spesso viene usato, e per i riferimenti a sesso e droga. 

E poi c'è Pertini, un fumetto in strisce in cui si narrano le avventure del nostro amato Presidente quando ancora era partigiano. Lui, eroico e indomabile, si trova a confronto con il suo aiutante Paz, spesso imbranato, spesso impreparato, e di sicuro elemento comico della striscia.


Quindi? Non so mica se Pazienza è un autore adatto alle mie corde. Di sicuro il talento c'è tutto, e le sue capacità sono evidenti nei suoi disegni, che possono essere semplicissimi ma molto espliciti, oppure pieni di dettagli e affascinanti. Però nel piccolo excursus offerto dalla pubblicazione di Repubblica non ho trovato indizi tali da attrarre ulteriormente la mia curiosità. Le storie sono semplici, a volte addirittura prive di filo logico, e le tavole paiono esistere solo per raccontare il momento. E anche Pertini, per quanto esilarante e capace di carisma, è un'opera che mi ha portato subito a pensare alle Strumtruppen di Bonvi... 
Di conseguenza lascio a voi che mi leggete l'onere di affrontare più approfonditamente questo autore, e se già lo conoscete, di offrirmi dei consigli sull'acquisto di qualche volume più significativo.




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giovedì 21 marzo 2019

Resident Evil, The final Chapter - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Sul finale la saga di Resident Evil riprende un briciolo di brio, e alcuni direbbero 'alla buon ora'. 
The Final Chapter ci porta dove tutto ha avuto inizio. Racoon City, e l'Alveare sono la meta di Alice. La Dama Rossa è di nuovo al fianco della nostra eroina, ma è come sempre portatrice di sventura. Salvatasi dall'agguato a Washington DC, Alice deve impedire il tracollo finale della razza umana. Esistono solo un pugno di superstiti in superficie, son circa 4000, ma il loro numero cala istante dopo istante, e dalle stime della Dama Rossa, dovrebbe toccare lo zero entro 48 ore. L'unica speranza è l'antivirus che Umbrella Corporation ha sempre tenuto nascosto. L'antivirus è aerobico, ed è capace di eliminare all'istante tutti gli infettati (n.d.r. Compresa Alice). Però questo antivirus è ben conservato, e ben protetto, all'interno dell'Alveare.
Ma se esiste una cura, perché non usarla subito? 
Domanda lecita. La risposta è surreale. La Umbrella ha deciso di azzerare il mondo per impedire che esso collassi a causa della sovrappopolazione. Chi ha i soldi e/o il potere può sopravvivere, conservando sé stesso in celle criogeniche ben protette. Gli altri saranno sterminati dal virus T. L'idea era quella di fare una cosa rapida ma... Be', i fatti li conosciamo, tutto si è complicato quando il progetto Alice si è 'ribellato'.
A ogni modo mancano poche ore, ed Alice trova a Racoon City una serie di ostacoli - al solito - che la porteranno alla fialetta di antivirus a pochi minuti dalla fine del countdown.
Ce la farà?

Non sta a me svelarvi come va a finire. Il fatto è che in questo 'gran finale' vengono svelati alcuni risvolti mai spiegati chiaramente durante tutta la saga. Alice riacquista un po' di umanità, mentre - come al solito - il resto dei personaggi son bidimensionali e poco interessanti. Non c'è neppure un piccolo tentativo di dar loro un po' di spessore... Tutto si concentra su Alice e sul momento epico in cui tutto viene svelato. Poi arriva il combattimento definitivo, ambientato in un luogo molto caro all'intera saga cinematografica, e il dado è tratto.
Fine? No! Perché mannaggia a loro non c'è stato neppure il coraggio di chiudere la vicenda come tutti ci si aspettava. Tutt'altro, ed ecco Alice che sfreccia in moto verso il tramonto come un cowboy del vecchio west. Ma per favore... E ci sarà pure un Reboot. Che stanchezza!





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mercoledì 20 marzo 2019

Date a #Siri ciò che non è di Siri (Lesson 5) - #Corso #Homebridge

Glauco Silvestri
Finalmente abbiamo Homebridge funzionante... Solo che ancora non è in grado di fare nulla per noi, visto che il file di configurazione è ancora vuoto.
Disattiviamo un attimo Homebridge premendo contemporaneamente CTRL e C.
Poi vediamo di tornare a studiare il file di configurazione. Per comodità lo ripropongo qui di seguito, così ci si può ragionare sopra più comodamente.
{
     "bridge": {
           "name": "Homebridge",
           "username": "CC:22:3D:E3:CE:30",
           "port": 51826,
           "pin": "031-45-154"
     },
     "description": "Date a Siri quello che non è di Siri",
     "accessories": [],
     "platforms": []
}
La prima parte del file, quella chiamata "bridge" serve a identificare il nostro bridge e il suo codice di abbinamento con Apple Home. Visto che durante la lezione scorsa abbiamo fatto l'abbinamento, è meglio non cambiare nulla fino alla prima parentesi graffa chiusa.

Ciò che possiamo modificare è tutto quello che segue, a partire dalla "description", in cui potete scrivere tutto ciò che volete.
Le voci successive servono a identificare i device che vogliamo abbinare, e le azioni che il bridge deve compiere, o segnalare, quando accade qualcosa a questi dispositivi.

Non vi spaventate! E' una cosa facile da fare perché... Su questo sito troverete i file di configurazione già pronti. E' sufficiente inserire la parola chiave "homebridge-plugin" nella finestra di ricerca e troverete una lista lunghissima di plug-in.


E volendo, oltre alla parola chiave "homebridge-plugin", possiamo aggiungere anche la marca e/o il modello del sensore, così da fare una ricerca più mirata.

Prendiamone uno a caso per capire come funziona: Per esempio quello dedicato ai sistemi di sicurezza Verisure. Sfogliando la pagina troveremo subito la stringa di installazione del plugin, ovvero quella riportata qui di seguito.
npm install -g homebridge-verisure
E poco dopo la stringa da inserire nel vostro file config.json, ovvero quanto riportato qui sotto.
"platforms": [
    {
        "platform" : "verisure",
        "name" : "Verisure",
        "email": "your@email.com",
        "password": "yourT0p5ecre7Passw0rd",
        "alarmCode": "0000",
        "doorCode": "000000",
        "pollInterval": 60
    }
]
Come avrete ben intuito, questa stringa va inserita nel nostro file al posto di:
"platforms": []
E' ovvio che potremo aggiungere più platforms legate a dispositivi differenti. Alla fine il file config.json dovrebbe risultare come segue:
{     "bridge": {           "name": "Homebridge",           "username": "CC:22:3D:E3:CE:30",           "port": 51826,           "pin": "031-45-154"     },     "description": "Date a Siri quello che non è di Siri",     "accessories": [],     "platforms": [          {
              "platform" : "verisure",
              "name" : "Verisure",
              "email": "your@email.com",
              "password": "yourT0p5ecre7Passw0rd",
              "alarmCode": "0000",
              "doorCode": "000000",
              "pollInterval": 60
          },
          {           ....          },          {           ....          }     ]}
Già che ci sono, ricordo che per editare il file di configurazione è necessario digitare la seguente stringa:
sudo nano /home/pi/.homebridge/config.json
Che per salvare bisogna premere contemporaneamente CTRL e O, e per uscire CTRL e X.

E se il nostro accessorio non è presente? Questa è una bella domanda a cui non posso rispondere in toto. Il mio consiglio è quello di verificare prima che esistano i plugin per i nostri accessori (n.d.r. Nel caso non li troviamo su npm, possiamo fare una ricerca più ampia su google, non si sa mai). Possiamo trovare dei riferimenti anche nella comunity di Homebridge, tutti i link sono ben indicati qui (n.d.r. Anche se bisogna conoscere l'inglese).

Se non troviamo nulla, possiamo giocare la carta IFTTT. Molti dispositivi smart sono connessi con questo portale. Si tratta di un sito/applicazione capace di automatizzare molte funzioni dei dispositivi smart. 
Funziona su una regola banalissima: IF This Than That.
Che in italiano si traduce in: Se succede questo, fai quest'altro.
Cerchiamo sul portale il nostro dispositivo. Se c'è, ci iscriviamo, seguiamo i tutorial (n.d.r. Sono semplicissimi!), e realizziamo delle regole che relazionino Webhooks con il nostro dispositivo. Quest'ultimo canale IFTTT propone un codice univoco che serve per comandare a distanza i dispositivi in modo sicuro.
Questo codice va messo alla voce "makerkey", del file config.json, di cui troviamo un esempio qui. Ma prima, ovviamente, dobbiamo installare anche il plugin, come descritto qui. Ovvero:
npm install -g homebridge-ifttt
Il file config.json diventa quindi:

{     "bridge": {           "name": "Homebridge",           "username": "CC:22:3D:E3:CE:30",           "port": 51826,           "pin": "031-45-154"     },     "description": "Date a Siri quello che non è di Siri",     "accessories": [],     "platforms": [          {
              "platform" : "verisure",
              "name" : "Verisure",
              "email": "your@email.com",
              "password": "yourT0p5ecre7Passw0rd",
              "alarmCode": "0000",
              "doorCode": "000000",
              "pollInterval": 60
          },
          {              "platform": "IFTTT",
              "name": "IFTTT",
              "makerkey": "il codice va messo qui",
              "accessories": [{
                   "name": "Accessorio 1",
                   "buttons": [
                  {
                       "caption": "Lampadina",
                       "triggerOn": "Accendi",
                       "triggerOff": "Spegni",
                       "delayOn": 4,
                       "delayOff": 3,
                       "stateful": true
                  },{
                      ...
                  }
              ]
         }
     ] 
}
          
Attenzione: Accendi e Spegni sono i nomi delle azioni definite su Webhooks.

La funzione "stateful" merita una menzione perché se impostata come true la lampadina rimane accesa fino al prossimo comando, se impostata come false la lampadina si spegne trascorso il tempo di delay impostato.

Siamo quindi giunti ad avere un file di configurazione completo. Possiamo riavviare Homebridge.
homebridge
Ora andiamo a controllare sulla nostra applicazione Apple Casa. Con soddisfazione possiamo notare che la nostra 'casa' è popolata di due nuovi dispositivi, ovvero l'allarme Verisure, e la Lampadina. Tenendo premuto sulle due nuove icone possiamo andare a completare le ultime impostazioni, tra cui scegliere in quale stanza devono stare i dispositivi appena inseriti.

Fatto ciò, tutto è pronto per funzionare. Possiamo accendere e spegnere i nuovi dispositivi tramite Siri, o tramite l'applicazione.

Abbiamo finito? No! Ci sono ancora due cose da fare, ovvero impostare Homebridge perché si avvii in automatico (n.d.r. Nel caso manchi improvvisamente la corrente), e settare il Raspberry in modo che abbia un indirizzo IP statico, così che per accedervi tramite SSH sia più pratico ed immediato. Ma di tutto ciò parleremo nelle prossime lezioni. Per oggi abbiamo raggiunto un grande risultato.


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martedì 19 marzo 2019

Esplosioni di rabbia repressa

Glauco Silvestri
Temetti quindi che il trauma della malattia e della lunga degenza avesse avviato in me un cambiamento irreversibile, e che quella mia disposizione d’animo così ostile e prevenuta potesse divenire alla lunga la regola nel mio già complesso carattere, che mi ricordavo essere affabile e accomodante, quasi passivo, con cui condivideva solo una sempre più frequente tendenza a improvvisi cambiamenti impulsivi, mutamenti repentini di atteggiamento, spesso connotati da esplosioni di rabbia repressa.

Arma Infero (Fabio Carta)




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lunedì 18 marzo 2019

La metamorfosi di Lena (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
È caldo. I grilli si lamentano incessantemente, si nascondono tra i filamenti d'erba del giardino, cercano refrigerio tra deboli refoli di vento incapaci di smuovere anche il petalo più leggero. Lena e Red sono nascosti dietro alla vecchia rimessa. Nessuno ci va mai, alla vecchia rimessa. È una vecchia costruzione a due piani. All’interno sono contenuti solo rottami di vecchie imbarcazioni, alcune sono appese a corde ormai mangiate dalla muffa, altre sono accatastate al suolo, rotte, abbandonate. Il lago è inaccessibile sin dalla primavera appena conclusa. Nessuno osa neppure sostare sulla piccola spiaggia antistante il molo, magari per prendere il Sole, o per godersi il panorama. Nessuno si avvicina più all'acqua. In piena estate può essere pericoloso. Chi potrebbe mai dimenticare cosa accadde al piccolo Chat, solo due anni prima? 
Eppure Lena e Red fanno finta di non sapere. Hanno bisogno di un posto tutto loro per sfogare la passione che li prende, per consumare il loro amore. 
Sono sdraiati a pochi passi dal pontile. Sentono l’acqua agitarsi svogliatamente attorno ai pali di legno consunto che lo sorreggono. Nessuno sa che loro si trovano alla vecchia rimessa. Non devono saperlo. Verrebbe loro proibito di andarci, specialmente a lei, che è prossima alla metamorfosi, e che non dovrebbe neppure stare troppo vicina Red, per il bene di quest'ultimo, s'intende. 
Ma chi può resistere al richiamo dell'amore? È rischioso, ma il gioco vale la candela. Red ne è consapevole e il fatto non lo spaventa. C’è la sua vita in discussione. Ma c’è anche il suo amore per la ragazza. E la bilancia è sicuramente piegata in direzione di Lena. Per lei farebbe tutto, anche morire dilaniato tra le fauci del mostro. 
Già! Il mostro. Ma quale mostro? Qualcuno l’aveva mai visto, il mostro? Chat era scomparso. Le sue grida avevano agghiacciato tutti quanti, quel giorno, tanti anni prima, in città. E pensare che la città dista una decina di chilometri dal lago. La loro fattoria, invece, è a pochi passi. Una corsa nei campi e già si intravede l’azzurro pallore delle acque. Potrebbe essere loro, il lago. Nessuno l’ha mai rivendicato. Non ha neppure un nome. Il sindaco preferisce far finta di non sapere della sua esistenza. È uno specchio d’acqua abbandonato. Lena e Red lo considerano un po’ loro; è loro, ma anche di Chat, che ci è morto dentro, forse. 
Il mostro è una fantasia di coloro che ancora credono a certe leggende. Anche la metamorfosi fa parte di queste leggende. È forse l’unica a cui tutti ancora credono. Le altre, per lo più, sono diventate favole da raccontare la sera, dopo una bottiglia di buon vino, per ravvivare le nottate noiose in osteria. 
Red e Lena sono sdraiati su una cerata color khaki. Lei è sopra di lui. Indossa solo degli short striminziti. La pelle chiara brilla alla luce del Sole. I capelli lunghi, annodati in una treccia che le cade sulla spalla destra, sono scuri come la pece. Sorride attraverso quelle piccole labbra a forma di cuore. Gli occhi stretti, aperti appena per proteggersi dal riverbero che il lago proietta contro la parete della rimessa, guardano Red. Lui è nudo, completamente nudo. I suoi abiti sono adagiati contro la parete. Ha il fisico tozzo, tipico degli uomini che vivono nella valle. Muscoli forti e infaticabili si gonfiano sulle sue braccia di giovane guarda-boschi. Una pancia leggermente pronunciata dimostra quali sono i suoi vizi, ma chi potrebbe mai resistere alle delizie della cucina locale? Red ha gli occhi chiari come le acque del lago. Sono fissi sulla sua donna. Anche lui sorride, ma è un sorriso frammentato, perché lei sta giocando col suo corpo, e lui non può fare finta di nulla, non può nascondere i messaggi che giungono dai centri del piacere. La sua passione si erge tra le gambe di lei. Piccole dita affusolate alimentano il fuoco sulla vetta, con movimenti esperti e stuzzicanti. Lei gioca. Si lecca le labbra. Sorride. Lascia che Red tenti di sfiorarle i seni. Ha bisogno di tempo per raggiungere l'apice, per cui dedica ogni attenzione all'oggetto dei suoi desideri. Lei non ha fretta, nessuno lì verrà a cercare prima che faccia sera. Ci sono solo loro, il loro amore, e le acque del lago. 
Il ragazzo attira Lena verso di sé prendendola per le spalle. Lei oppone resistenza, ma solo per qualche istante, poi si lascia tirare vicino alle labbra di Red. Accenna un bacio, poi si ritira di scatto. Lui si solleva. Il gridolino divertito di Lena lo eccita. La stringe. La bacia. Le mani esplorano lentamente ogni centimetro di pelle della sua compagna. 





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domenica 17 marzo 2019

La Quinta Onda - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Tratto da una serie di romanzi, La Quinta Onda è l'ennesimo film di fantascienza che strizza l'occhio al settore Young Adult, con i suoi pregi e difetti, e che promette una lunga serie di seguiti in base a quanti libri saranno scritti e a quanti spettatori accorreranno in sala per vederlo.

La vicenda è semplice. Un bel giorno compare una astronave in cielo. Per qualche tempo sa lì senza fare nulla, tanto che la gente si abitua alla sua presenza e continua la sua vita normale, poi - all'improvviso - ecco che avviene l'attacco.
La Prima Onda: E' una vera e propria onda elettromagnetica che spegne tutta la tecnologia terrestre.
La Seconda Onda: E' un innalzamento dei mari, con tanto di disastri eccetera eccetera.
La Terza Onda: E' un terremoto. Altri disastri eccetera eccetera.
La Quarta Onda: E' una epidemia di aviaria molto aggressiva... E qui la razza umana viene realmente decimata.
E la quinta onda? In attesa che questa arrivi, Cassie, Sammy e loro padre vanno in un campo profughi per tentare di tirare avanti. Mentre vivono in questo centro si presentano dei militari che affermano di voler salvare tutti quanti. C'è un momento di distensione, ma ovviamente i mezzi non bastano, per cui - mentre i bambini vengono caricati sugli autobus per portarli al sicuro - gli adulti vengono radunato per aggiornarli su quanto sta accadendo. Cassie e Sammy salgono sull'autobus, il padre va alla riunione. Solo che Sammy ha dimenticato il suo orsacchiotto, per cui Cassie scende per andarlo a prendere, ma quando torna l'autobus è partito, e gli adulti sono stati sterminati dai militari.
Lei si trova da sola, ed è determinata a raggiungere la base militare dove è stato condotto il fratellino, per salvarlo da chissà cosa stiano tramando i militari.
Ovviamente il suo viaggio non sarà facile. Droni alieni pattugliano la superficie del pianeta, e uomini armati asserviti agli alieni sparano su tutto ciò che si muove. Ma la vera minaccia si nasconde dove Cassie non può neppure immaginare...

Oddio, basta essere un po' scafati per intuire dove va a parare la pellicola. Tra l'altro - guardandola - ho avuto spesso una sorta di déjà vu riguardo alcune scene viste nel film. Per di più i personaggi hanno davvero scarso appeal, sono i soliti bellocci, magari ombrosi, con una storia strappalacrime alle spalle, eccetera eccetera. Ed è altrettanto evidente che il romanticismo prevale su tutto il resto, e mi verrebbe voglia di svelare qualche dettaglio in più della trama, ma sappiate che non lo farò per rispetto a chi vuole tentare la sorte guardando il film.

Sappiate che c'è un finale apertissimo... E che i titoli di coda lasciano basiti perché fanno calare il sipario nel bel mezzo della storia.

Bah!



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sabato 16 marzo 2019

Questa è la Stanza - #Fumetto #Recensione

Glauco Silvestri
Ho scoperto Gipi solo di recente. Conoscevo l'autore di fama, ma non avevo mai letto nulla prima d'ora, e Questa è la Stanza è stato il primo suo fumetto che ho letto... Ma che recensisco solo ora per motivi che sicuramente vi annoierebbero. 

Si tratta di un fumetto che cavalca alcune passioni giovanili dell'autore, e che raccoglie alcune sue esperienze, mescolandole in una trama originale, agrodolce, un po' nostalgica, ma molto rock.
Già! Rock! Perché in questo fumetto si parla di quattro ragazzi molto diversi tra loro, con un'unica passione in comune, la musica, e la remota speranza di riuscire ad avere un ingaggio per il loro gruppo. Ma hanno pochi soldi, e non hanno neppure un posto tutto loro per poter suonare... Per lo meno fino a che il padre di uno dei quattro non offre loro 'la stanza'. E' un regalo temporaneo, ovvero hanno a disposizione la stanza finché non combinano qualche casino. La Stanza è in realtà una vecchia stalla piena di rifiuti, topi, e chissà cos'altro. I quattro ragazzi la ripuliscono, la sistemano, ci portano gli strumenti e... Ecco la Stanza. E' la loro prima occasione per suonare, per riuscire a registrare la loro musica e... chissà, puntare lo sguardo verso i loro sogni, le loro speranze, e un futuro molto rock.
Però... Però salta l'amplificatore. E senza amplificatore non si può suonare. E questo disastro accade proprio quando un talent scout pare disposto ad ascoltare qualche loro brano. Come fare? Non ci sono i soldi per riparare l'oggetto, figurarsi per comprarne uno nuovo. Però, vicino al cimitero, in una cantina vicino alla cappella, ci sono un sacco di strumenti nuovi di zecca. Perché non provare a...

E il resto non ve lo racconto. I disegni sono molto semplici, stilizzati, quasi realizzati a penna. Il colore è semplice, ma ben si adatta allo stile dell'autore. Tutto appare abbozzato, ma a uno sguardo più attento, si nota lo studio dei caratteri, le loro espressioni, le loro movenze, e persino i paesaggi cominciano ad acquistare profondità.
E' un fumetto privo di suoni, in cui si parla di musica senza che questa sia rappresentata. Eppure la si percepisce nella gestualità dei personaggi, nella passione che viene espressa dal racconto, e alla fine eccola lì, come nella realtà, c'è ma non si vede, esiste ma è intangibile.

Questa è la stanza è un fumetto interessante, accattivante, e mi è piaciuto molto. Sarà che parla di ragazzi che imparano a suonare, sarà che è impregnato di passioni giovanili, sarà che è un po' nostalgico, visto che anche l'autore si rispecchia nei suoi personaggi... E' per tutti questi motivi, in pratica, che ve ne consiglio la lettura.



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venerdì 15 marzo 2019

Mission Impossible Fallout - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Una missione fallita! Ethan e la sua squadra sono di nuovo nei guai, ed è una corsa contro il tempo per poter sistemare la faccenda. In Fallout tutto sembra sempre andare storto. C'è qualcuno che trama alle spalle dell'agenzia, e c'è qualcuno che vuole davvero sconvolgere l'ordine mondiale... 
Ma c'è sempre qualcuno che vuole sconvolgere l'ordine mondiale nei film di Mission Impossible, vero? 
A ogni modo, Ethan avrebbe dovuto recuperare dei nuclei di Plutonio durante uno scambio tra organizzazioni clandestine. Di mezzo ci sono gli Apostoli, un gruppo apparso all'improvviso dopo l'arresto di Solomon Lane (n.d.r. Vedi Rogue Nation). Il recupero fallisce, e la CIA decide di inserire un supervisore all'interno della IMF per essere sicuri che ciò non accada di nuovo. In pratica la IMF diventa ad amministrazione controllata, e rischia di chiudere baracca e burattini se la faccenda non si sistema. E' quindi il momento di non andare troppo per il sottile. E' per questo che Ethan decide di contattare la Vedova Bianca, una nota mercante di armi senza scrupoli. Qui partono i giochi, i doppi giochi, e anche i doppi giochi carpiati con giravolta a sinistra. Tutti ingannano tutti, e il nome di John Lark - il capo degli Apostoli - viene affibbiato a molti volti noti, tra cui lo stesso Ethan, che da sempre attira i sospetti dei superiori nonostante sia forse l'agente più fedele della storia dei servizi segreti. Insomma... E' caccia a Lark, ed è caccia alle cariche di plutonio, di cui una è recuperata, ma le altre due...

Tante domande in questo Mission Impossible. Tanta azione. Tanto intrigo. Tanti ingredienti. Lo spettatore viene confuso, convinto di qualcosa, e imbrogliato tanto quanto i personaggi della pellicola. Incredibile, se non davvero impossibile, è Tom Cruise, che ha qualche anno più di me e ancora salta da un tetto all'altro come fosse una cavalletta (n.d.r. Anche se in una scena si rompe qualche ossicino... e nella versione finale del film lo si vede, ma lui non molla mai!). La regia è davvero ben fatta, e questo Fallout alterna bene intrigo e azione. Quasi un ritorno al passato (n.d.r. Del resto ricompaiono alcuni volti che agli inizi avevano reso grande questa saga) tanto che probabilmente potrei avvicinarlo, se non affiancarlo, al primo film della saga, per qualità di intrattenimento.

Mi è piaciuto davvero!




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giovedì 14 marzo 2019

Tully - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Spiazzato! Sono rimasto davvero spiazzato da questo film! Non mi aspettavo proprio un finale di questo tipo, e... Sono film come questo che mostrano la qualità degli attori protagonisti. Tully ci racconta la storia di Marlo, una donna sposata con tre figli, uno appena nato.
E' una donna allo stremo delle forze. Complice di tutto ciò è un marito non troppo presente in famiglia - a causa del lavoro per lo più, ma anche perché incapace di accorgersi che la moglie non riesce a stare dietro a tutto - e dal figlio più grande, che presenta un comportamento un po' anomalo, borderline, quasi autistico.
Il fratello di Marlo, benestante, decide di regalare alla sorella una tata notturna, ovvero una tata che viene la sera e si occupa dei bambini di notte, in modo che la madre possa riposare. Per quanto Marlo appaia scettica nei confronti della giovane Tully, alla fine si convince abbastanza in fretta della sua utilità, e all'improvviso torna a rifiorire, ad affrontare la giornata con maggiore serenità, e ad avere più cura di sé stessa.
E tutto sembra perfetto, meraviglioso, fino a che, una sera, Tully insiste per uscire con Marlo, a divertirsi, a parlare. Le due donne vanno a Brooklin, dove bevono, ballano e parlano tantissimo. E' solo a fine serata che Tully rivela a Marlo di doverla abbandonare per dei suoi problemi personali.
Marlo ci rimane male, è distrutta, e mentre rientra a casa subisce un incidente.
E la sorpresa arriva quando si risveglia in un letto di ospedale... Ma non ve lo svelo.

Charlize Theron è magica in questo film. Il film è emozionante. L'insieme è qualcosa di indimenticabile; nonostante sia una storia normale, il film colpisce come un pugno nello stomaco, il dramma viene raccontato con enfasi e sul finale non può che sorprendere lo spettatore. Peccato che il suo maggior pregio sia il suo peggior difetto. Come altri titoli già affrontati su questo blog, un film con un finale di questo genere può sorprendere, colpire, e affascinare solo alla prima visione. Poi, già conoscendolo, l'effetto viene vanificato e il risultato è una pellicola drammatica su una madre con tre figli a cui nessuno da una mano.




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mercoledì 13 marzo 2019

Date a #Siri ciò che non è di Siri (Lesson 4) - #Corso #Homebridge

Glauco Silvestri
Siete pronti a installare Homebridge? Nella scorsa lezione ci eravamo lasciati con una finestra Terminale aperta e connessa al Raspberry. E' giunto il momento di sfruttare questo accesso per portare a casa il risultato.

Innanzi tutto dobbiamo installare una componente chiamata Node.js, e lo facciamo digitando le seguenti stringhe e premendo Enter.
curl -sL https://deb.nodesource.com/setup_8.x | sudo -E bash -
sudo apt-get install -y nodejs
Ovviamente attendete che il Raspberry faccia ciò che deve fare tra una e l'altra stringa.

Ora installiamo Homebridge, digitando questa stringa e premendo Enter.
sudo npm install -g homebridge --unsafe-perm
Infine verifichiamo che tutto sia a posto, lanciamo Homebridge.
homebridge
Se vi viene segnalato un errore, non preoccupatevi, dipende dal fatto che ancora non abbiamo creato un file di configurazione.
Questo file è importante perché mappa gli accessori che vorrete collegare ad Apple Home, per cui... Ecco come crearne uno 'pulito', tanto per cominciare a fare conoscenza del sistema.

Il file si chiama config.json.

Il formato JSON è un formato strutturato in cui è possibile definire le piattaforme di dispositivi che volete integrare (n.d.r. Ad esempio la Philips Hue), i device connessi alla piattaforma, e il tipo di comportamento che questi devono avere quando date un comando a Siri.
Ovviamente all'interno di questo file possono essere definite delle piattaforme (n.d.r. Le Platform), ma anche dei dispositivi singoli (n.d.r. Gli Accessories), a seconda delle vostre esigenze.

Per creare un file di configurazione dovete digitare la seguente stringa.
sudo nano /home/pi/.homebridge/config.json
Questo comando apre il file di configurazione con un editor di testo. In questa situazione il file è ancora vuoto, per cui potete copiare e incollare quanto scritto qui di seguito, giusto per dare a Homebridge un qualcosa da leggere, così che possa avviarsi senza errori.
{
     "bridge": {
           "name": "Homebridge",
           "username": "CC:22:3D:E3:CE:30",
           "port": 51826,
           "pin": "031-45-154"
     },
     "description": "Date a Siri quello che non è di Siri",
     "accessories": [],
     "platforms": []
}
Fate molta attenzione a scrivere tutto come è indicato qui sopra. Basta un carattere errato e non funziona più nulla. Fortunatamente esiste questo sito, dove potete copiare e incollare il vostro file di configurazione, e verificare che esso sia stato scritto correttamente.

Per salvare il vostro file dovete premere assieme il tasto CTRL e la O, e per uscire vanno premuti assieme il tasto CTRL e la X.

Bando alle ciance... Lanciamo nuovamente Homebridge e:


Ecco il codice QR che vi permette di abbinare l'hub alla vostra applicazione Apple Casa.

Prendete il vostro iPhone, lanciate Casa, toccate il + per aggiungere un accessorio, inquadrate il codice, e il dato è tratto.
Apple Casa vi dirà che il codice è abbinato a un dispositivo non riconosciuto. E' normale, non vi preoccupate, confermate e abbinate Homebridge senza paura.

E una volta abbinato?

Per ora non possiamo ancora fare nulla. Il nostro file di configurazione è completamente vuoto. Ma la prossima lezione vi darò alcune dritte per far sì che la vostra casa si popoli dei dispositivi che volete connettere ad Homebridge.




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