venerdì 30 novembre 2018

Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Premessa necessaria: Non ho mai letto i libri di questa saga, che tra le altre cose, ho scoperto proprio al talento di Tim Burton
Miss Peregrine è un film molto particolare, una versione cupa di Mary Poppins, per certi versi. Lei protegge nella propria dimora dei ragazzi con talenti fuori dal comune, dei freak per certi versi, dei mutanti per altri versi. Da chi li protegge? Forse dalle persone normali, ma soprattutto da... Sperate forse che vi rovini la sorpresa?

La casa di Miss Peregrine è ben nascosta. Vista da fuori è un rudere, il resto di una bellissima residenza vittoriana vittima dei bombardamenti avvenuti nel 1943, durante la seconda guerra mondiale. Solo chi ha poteri speciali può vederla per ciò che è, ovvero una sorta di luogo fermo in un loop temporale che dura una giornata, e che viene riavviato ogni notte, quando le fatidiche bombe cadono dal cielo per distruggerla.
Jake è un ragazzino cresciuto con i racconti di magia e strane creature con cui i suoi nonni lo intrattenevano. Ovviamente erano favole, storie di magie e mistero, ma niente di più, e con il passare degli anni Jake smette di credere a quelle storie. Poi, improvvisamente, mentre Jake diventa adulto e lascia casa per andare a lavorare in Florida, il nonno Abe sta male... Jake è troppo attaccato al vecchio nonno per non tornare ad assisterlo... Per cui torna a casa. Ma quando arriva, lo trova morente e privo degli occhi. In fin di vita, Abe chiede a Jake di recarsi all'anello temporale e di spiegare ciò che è accaduto all'uccello.
Jake riconosce le vecchie storie del nonno, e ovviamente non può che pensare che la vecchiaia gli abbia fatto un brutto scherzo. Solo che al suo compleanno, ecco che gli arriva per posta un vecchio libro, inviatogli dal nonno prima di morire, al cui interno trova l'indirizzo di Miss Alma Peregrine ovvero la misteriosa direttrice della casa dei bambini speciali, protagonista delle storie di quando era piccolo. Essendo in analisi per il trauma della morte del nonno, Jake decide di accettare il consiglio del terapeuta e di recarsi all'indirizzo di Miss Peregrine per cercare di chiudere la storia, e trovare la pace. Così parte.
Una volta a Cairnholm,  luogo indicato nel libro, Jake scopre con disappunto che la casa degli speciali esiste, ma è distrutta. Decide comunque di esplorare il vecchio edificio e, quando lo raggiunge, viene accolto da un gruppo di strani ragazzini. Questi conducono Jake a una grotta, che è l'ingresso segreto dell'anello temporale, e... Ecco che Jake si trova nel bel mezzo dei racconti che il nonno gli narrava da piccolino.

Basta! Non vi dico altro! 

Il film è davvero ben realizzato, con ottimi effetti speciali, con una regia raramente banale (n.d.r. Si, forse lo scontro con gli scheletri è un po' kitch, un po' ridicolo). Gli interpreti sono di prim'ordine e i personaggi sono ben costruiti. La narrazione - a quanto ho letto in giro - è fedele a quanto scritto sui libri, il che è un bene, ma da Burton non mi sarei aspettato altrimenti. Si nota un certo stacco fra la prima parte del film e la seconda. Se nella prima c'è mistero, e un briciolo di thrilling, nella seconda si cade nell'action puro. L'insieme è gradevole e il film intrattiene dal primo minuto all'ultimo, però lo stacco è un po' troppo netto, e fa cadere un pochino la qualità della pellicola.

Alla fine è un bel film. Merita di essere visto. Ve lo consiglio.




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giovedì 29 novembre 2018

L'onda - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Tratto dall'omonimo romanzo, e ispirato a una storia vera, L'Onda ci racconta di un esperimento pedagogico svolto in California nel 1967. 

Nel film ci troviamo in Germania, e in un liceo dove si ha una settimana di insegnamento tematico. Il professor Rainer Wenger deve insegnare ai propri alunni cosa sia l'autoarchia, e per far sì che i propri studenti possano comprendere come sia 'facile' che un situazione del genere possa ancora verificarsi, nonostante la memoria storica del nazismo, decide di coinvolgerli in un vero e proprio esperimento sociologico, e di creare una autoarchia all'interno della medesima classe di studio.
Il primo passo del professore è quello di mostrare agli studenti come sia facile convincerli a ragionare come 'gruppo' piuttosto che come singole identità. Il vantaggio del gruppo si rivela immediatamente, chi è bravo in matematica e scarso in lingue aiuta negli studi chi invece è bravo in lingue e non in matematica, chi si trova in difficoltà fuori dall'istituto ha qualcuno a cui rivolgersi e non rimane isolato. Ci vuole davvero poco per allontanare dalla classe chi non vuole entrare nel gruppo, e l'entusiasmo alimenta questo motore senza più che l'insegnante debba fare altro. Si stabilisce un saluto speciale, una uniforme speciale, e persino un nome - l'onda - e un logo del gruppo stesso. Ovviamente il leader del gruppo è il professore, il quale asseconda inizialmente il volere degli studenti, ma poi - come da esperimento - comincia a guidarli come un vero leader, al punto che i ragazzi neppure si accorgono di essere comandati a bacchetta da chi hanno eletto come loro capo.
Sono in pochi ad opporsi a questa situazione, e più il gruppo diventa forte, più l'opposizione si fa determinata, e più i contrasti diventano violenti.
Al termine della settimana, quando finalmente le carte vengono svelate, e gli occhi degli studenti vengono improvvisamente aperti, non tutti accettano di veder chiudere l'esperimento, e morire l'onda. La violenza diventa incontrollata e...

Il film segue fedelmente il romanzo che racconta degli esperimenti realmente realizzati negli anni sessanta in America. La storia viene spostata in Germania e ai giorni nostri per enfatizzare ancora di più ciò che l'esperimento dimostrò già all'epoca. Per di più l'enfasi si sviluppa ulteriormente sottoponendo i giovani di fronte a una questione che è sempre accesa, ma che spesso viene vista con un'ottica sbagliata. Difatti i giovani appaiono dipinti come stanchi di dover sempre essere messi in discussione per ciò che avvenne nella Germania Nazista. Vorrebbero andare avanti e considerare il nazismo come una cosa chiusa e che non può più accadere di nuovo e, l'esperimento dimostra l'esatto contrario, e mostra come ciò possa essere semplice.
La regia è lineare, per far vivere allo spettatore ciò che accade come se ne fosse coinvolto. Il film dura sei giorni, e chi guarda il film vi partecipa come se quei sei giorni trascorressero veramente. I personaggi non sono caratterizzati a fondo, ci appaiono per come potremmo interpretarli se avessimo occasione di frequentarli in quei soli sei giorni. La narrazione è invece concentrata sullo spirito di gruppo, su come studenti molto eterogenei tra loro siano riusciti a convergere l'un l'altro facendo pressione sui tasti giusti.
Il film è semplice e scontato. I personaggi agiscono spesso come cliché, e forse la sua visione potrebbe portare a ragionamenti semplicistici ma... Se ci riflettiamo attentamente, tutto ciò potrebbe pensare come a una cosa voluta, per evitare che il film, l'esperimento, diventi un documentario pedagogico. Il realismo è evidente, forse banale, ma capace di far riflettere.

Bel film.




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mercoledì 28 novembre 2018

Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte - #Libri #Recensione

Glauco Silvestri
Quanto tempo ho atteso per trovare un libro come questo? Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte. Realtà e miti dell'esplorazione dello spazio è un bel titolone per un libro che vuole parlare dell'esplorazione spaziale così come è, e non come l'immaginario collettivo vorrebbe che fosse.

Il tema è vasto, e questo titolo desidera sfatare diversi miti per portare l'interesse dell'appassionato verso ciò che si è fatto, si sta facendo, si sarebbe potuto fare ma si è persa l'occasione, e le eventuali opportunità che offre il futuro.

Si parte da tanto tempo fa. La corsa allo spazio è cominciata sin dai primi minuti della fine della Seconda Guerra mondiale. America e Russia tentarono di accaparrarsi i migliori scienziati tedeschi dell'epoca. Le V1 e le V2 avevano impressionato i politici, i militari, tutti quanti, e le due superpotenze volevano assolutamente avere la capacità bellica di mandare un razzo in territorio nemico, e volevano arrivare a quella tecnologia prima che l'altro potesse farlo. La minaccia di un'arma del genere, unita alle bombe atomiche, era il motore politico che spinse Russia e America a competere per la conquista dello spazio circostante la Terra. E' inutile ricordare che, nel 72, al termine delle missioni Apollo, la guerra fu vinta dagli americani. E con la fine della guerra, i progetti di andare oltre furono seppelliti dai sogni di gloria. Lo stesso Von Braun - ne abbiamo parlato qualche settimana fa in occasione di un altro libro - vide i suoi progetti di raggiungere Marte seppelliti dalle incombenze terrene di finanziare la guerra in Vietnam e... Il resto è storia. Lo shuttle, la Mir, la ISS, sono stati palliativi chiusi in loro stessi, che - sì - hanno portato avanti la ricerca scientifica e la tecnologia, ma che - no - non hanno permesso alcun passo ulteriore nella conquista dello spazio. Solo le sonde robotiche hanno solcato i cieli del nostro sistema solare... E questo lo sappiamo un po' tutti quanti.
Ma il libro ci parla di una opportunità. Una opportunità che - se ci guardiamo attorno - è già stata colta e sta compiendo i suoi passettini verso una nuova ondata di scoperte, esplorazioni, e missioni umane oltre l'orbita terrestre. E questa opportunità è l'interesse di investitori privati in tecnologie spaziali, ma soprattutto, nello sfruttamento delle risorse che lo spazio ci può offrire. 
La carenza di risorse del nostro pianeta (n.d.r. Sia perché già troppo sfruttate, sia per motivi di instabilità politica, o di inimicizia politica, sia per difficoltà economiche) spinge molti imprenditori a puntare gli occhi verso il cielo. Gli asteroidi sono miniere d'oro da sfruttare, e già si stanno compiendo passi per esplorare queste miniere, e anche Marte potrebbe offrire molte opportunità, sia per avere una base stabile che funga da appoggio per le miniere che verranno, sia come piattaforma di partenza per una ulteriore esplorazione umana della parte più esterna del sistema solare.
I mezzi, oggi, ci sono, così come ci sono le tecnologie, e anche le teorie per costruire nuovi motori, e nuovi mezzi capaci di andare molto più veloci, e di consentire quindi all'uomo di muoversi agevolmente nel sistema solare. Forse è ancora utopico parlare di outer space, ma di sistema solare si può parlare con serietà, e in questo testo, oltre ad avere un quadro ben definito di quanto si sta facendo, si pensa di fare, e si dovrebbe fare, si ottiene anche una valutazione economica di tutto ciò, con la sorpresa - evidente - che tutto quanto potrebbe essere fatto in modo diverso da quanto ottenuto in passato, e quindi senza finanziamenti a fondo perduto da parte degli enti statali, bensì con investimenti veri e propri da parte di imprenditori privati, e di prospettive di profitto più che auspicabili.
Gli autori paragonano la situazione attuale alla scoperta delle americhe. Se le prime missioni erano finanziate dai reali di Spagna, Portogallo e Inghilterra, poi fu lo spirito imprenditoriale dei privati a colonizzare, e sfruttare, veramente i nuovi territori.

Pura utopia? No, per lo meno finché non si arriva all'ultimo capitolo, dove si sogna il mondo che verrà, ma se si vuole restare con i piedi per terra, allora questo secolo potrebbe essere il nuovo 1492, e forse lo sta diventando, o - visti i progetti di cui si parla in continuazione sui siti specializzati - lo è già diventato.





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martedì 27 novembre 2018

Quell’uomo

Glauco Silvestri
Quell’uomo era un genio e, come tanti geni, aveva un bel caratterino.



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lunedì 26 novembre 2018

31 Ottobre (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Il ticchettio rapido dei suoi passi echeggiava tra le arcate dei portici del Pavaglione. Il respiro affannato. Il sudore freddo sulla fronte. Le caviglie doloranti per via dei tacchi a spillo. Mai avrebbe pensato di odiare quelle scarpe da duecento euro. 
L’aria gelida le saliva lungo la schiena coperta. La città dormiva ancora, era mattina presto, venerdì. Alle sue spalle non sentiva alcun rumore. Solo il ticchettio di quei maledetti tacchi a spillo. 
Forse non la stava seguendo. Forse quella corsa sfrenata stava accecando i suoi sensi. 
Non osava voltarsi. Se fosse stato proprio alle sue spalle avrebbe avuto un’ottima occasione per raggiungerla e... 
I portici erano invasi dalla penombra. La luce proveniente dalla piazza le permetteva di capire dove stava andando. I lampioni la guidavano tra le insidie di quel portico millenario. Sperava solo di non cadere. 

Mieaow! 

Un gatto nero la osservava dall’alto di un bidone della spazzatura. Era stato disturbato dalla sua corsa, da tutto quel baccano che stava facendo. Cosa ci faceva su quel bidone? Forse cercava del cibo. Forse cercava un punto migliore da cui osservare la città. 
Strani pensieri. Eppure era seguita. 
Quella strana sensazione di avere qualcuno alle spalle non l’aveva mai abbandonata. Eppure, non aveva mai visto nessuno dietro di lei. 
L’oscurità era troppa sotto quel portico. Se solo fosse riuscita a raggiungere Via Ugo Bassi, se solo fosse riuscita a mischiarsi alla città che si stava svegliando. 

Bip! Bip! Bip! 

Un grosso camion dell’azienda municipale stava scaricando un cassonetto giallo nel proprio intestino metallico. L’autista era illuminato dai bagliori del monitor installato in cabina. Stava controllando i bracci meccanici che sollevavano il cassonetto e lo portavano in posizione. Una piccola telecamera 
posta sul fianco del veicolo osservava l’operazione con attenzione. 

Mieaow! 

Ora il gatto si lamentava. C’era troppo rumore. Non bastava lei che correva senza fiato. C’era quel camion. C’era il 27 che imboccava Via Indipendenza per raggiungere la prossima fermata. 
Con un balzo agile il gatto saltò tra le sue gambe. Un gesto di vendetta. Un gesto di ribellione verso i disturbatori della quiete pubblica. 

Mieaow! 

Le sue gambe erano stanche, non erano più come prima. Quel portico era lungo soltanto due o trecento metri, ma a lei, sembrava di correre da tutta la notte. Cercò di schivare la grossa bestia scura che si era tuffata proprio davanti a lei. 
Incespicò. 
Un tacco si ruppe, e in un istante, fu a terra. L’impatto non fu tra i più tremendi. Non fece nemmeno in tempo a gridare. Il suo volto colpì il suolo come fosse un grosso sacco di patate. Rimbalzò goffamente un paio di volte sulla guancia sinistra e strisciò sul suolo ruvido del porticato. 
Strano! Non aveva mai pensato al suo viso come a un sacco di patate, ma durante la caduta, quell’immagine sgraziata era stata la prima cosa che le era venuta in mente. 
Non aveva nemmeno fatto in tempo a mettere le mani avanti. Era caduta di piatto, proprio sopra il gatto che, colto di sorpresa, non era riuscito a evitare di essere investito. 





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domenica 25 novembre 2018

Diablo Guardian - #SerieTV #Recensione

Glauco Silvestri
Ho iniziato a guardare Diablo Guardian pensando che fosse tutt'altra cosa... Sì, me la son vista in lingua originale, perché... Be', perché bisogna anche esercitare l'orecchio (n.d.r. Inglese in primis, ma anche lo spagnolo che Lo entiendo bien pero no lo hablo bien), e perché in effetti non è ancora disponibile in italiano.

Pensavo fosse la vicenda che parlasse di demoni e quant'altro. L'ambientazione a metà tra Messico e Stati Uniti era intrigante, e il personaggio Rosalba/Violetta, lo era ancora di più. Non sapevo nulla del romanzo da cui è stata tratta la serie. E così mi son lasciato trascinare dal fisico conturbante di Paulina Gaitán, dalla vicenda torbida, da una fotografia e una regia davvero eccezionali... E poi è maledettamente ben recitato.

Di cosa parla la serie? Di una ragazza messicana, allevata in una famiglia dalle regole piuttosto rigide, che vive rubando i fondi della croce rossa - dove la madre è volontaria - e che sogna la libertà, la ricchezza, e soprattutto vivere a New York.
E' per questi motivi che Violetta ruba tutti i soldi dei genitori (n.d.r. 250000 dollari), e tenta di attraversare il confine. Operazione che quasi fallisce, se non fosse per un bel campagnolo, aitante, con occhi blu e capelli biondi, che somiglia tanto a Superman agli occhi di Violetta. Questo bel ragazzone viene subito sedotto dalla ragazza, e decide di accontentarla in tutto. La porta a New York, e per un certo periodo vivono assieme in un hotel di lusso... Ma i soldi calano, lui non riesce a sfondare come attore, e sorgono i primi attriti. 
Si lasciano. Lui torna a casa. Lei si ritrova cacciata fuori dall'hotel perché ha finito i soldi... E comincia a prostituirsi. Solo con i ricconi, solo con quelli che pagano bene, ma comincia a prostituirsi. In questo modo riguadagna la propria ricchezza, e scopre per di più che si può diventare ancora più ricchi vendendo cocaina - che lei compra da un cameriere dell'albergo in cui vive a prezzo di 'favore', e rivende a prezzo più alto - non immaginando in quali guai rischia di ficcarsi. E se li chiami, i guai non tardano mai a rispondere...

E non vi racconto altro, perché quanto detto sopra è solo la premessa e Violetta non ha ancora incontrato Nefastófeles, l'uomo che la imbriglierà in un circolo vizioso e la condurrà verso la malavita vera e propria. E Violetta non ha ancora incontrato neppure Pig, un ragazzo con un passato travagliato, uno scrittore che cerca la sua musa, e che suo malgrado sarà travolto dalle vicende di questa conturbante ragazza.
La serie è così ben congegnata da attrarre come un collante di quelli tosti. Si vorrebbe bere da questa fonte senza mai fermarsi, eppure non si può stare attaccati allo schermo senza mai fare altro. E devo dire che io ho bevuto volentieri da questa sorgente di emozioni, e sono rimasto un po' sorpreso dal finale con colpo di scena... Devo essermi perso qualche pezzo durante lo svolgimento degli ultimi 40 minuti della prima serie, era una serata un po' strana, e avevo la testa che vagava, e che non era attenta a quanto veniva raccontato dal teleschermo. Magari me la riguardo in attesa della seconda e ultima stagione.

Nel frattempo vi consiglio di dare una occasione a Violetta, e guardare Diablo Guardian


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sabato 24 novembre 2018

Un Misterioso Omicidio a Manhattan - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Torniamo a parlare di Woody Allen. Adoro questo regista e sceneggiatore, e rare sono state le situazioni in cui io non abbia apprezzato un suo lavoro.

Un misterioso omicidio a Manhattan è uno di quei film che rimangono impressi. Pochi attori - due protagonisti e qualche comparsa - tanto dialogo, un mistero da svelare. L'ambientazione è quella di un semplice appartamento di Manhattan, dove una coppia vive felicemente. Sono Larry e Carol: lui è un editore di successo, lei una ex pubblicitaria che ha abbandonato la carriera per crescere il figlio. Ora che il figlio è grande e la casa è vuota, Carol è diventata una esperta gastronoma e sogna di aprire un ristorante... Ma tutto ciò non ha a che fare con la vicenda, se non per il fatto che il vuoto nella vita di Carol dovuta alla lontananza del figlio, la porta a studiare meglio tutto ciò che le sta attorno. E le attenzioni di Carol cadono sul marito di una arzilla coppia anziana che abita vicino a loro. La moglie è appena morta nonostante avesse sempre goduto di ottima salute, e Carol sospetta che sia stata uccisa dal marito. Ovviamente Larry non è molto interessato alla faccenda, pensando che le argomentazioni della moglie siano futili, ma quest'ultima non molla, e chiede aiuto a Ted, il suo ex compagno. 

Non vi posso rivelare come va a finire perché il gioco di questa commedia funziona solo se si mantiene il mistero. Ottimo il confronto tra i due personaggi, Allen e la Keaton vestono i loro panni alla perfezione, di cui uno è scettico e l'altro invece possibilista. I dialoghi sono brillanti, e le scene si alternano appoggiando prima le opinioni di uno, e poi quelle dell'altro. Il gran finale è uno dei migliori.

Ci si diverte a guardare questa commedia, ma riflettendoci su, bisogna ammettere che il film offre un buon punto di partenza per riflettere sui rapporti interpersonali che si creano in una grande città, anche tra vicini di casa. I legami sono spesso superficiali anche quando invece si crede siano profondi, e la conoscenza di uno e dell'altro viene sempre fuorviata a causa dei rapporti mai approfonditi che si stabiliscono. Allen, in questo frangente, fa uno studio interessante di queste situazioni tipiche, lo fa con il suo humor, e il risultato è una commedia davvero affascinante.

Ve la consiglio.




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venerdì 23 novembre 2018

Resident Evil, Apocalypse - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Parecchio, ma davvero parecchio, tempo fa scrissi su queste pagine che il primo film della saga di Resident Evil era l'unico da salvare. In effetti ero stato piuttosto severo con questo giudizio, visto che - in verità - nell'elenco dei salvabili ce ne sono altri due di sicuro. 

Oggi parliamo di Resident Evil Apocalypse, il secondo capitolo della saga. Siamo a Raccoon City, qualche settimana prima che Alice si risvegli in uno ospedale completamente vuoto (n.d.r. E' il finale del primo film). E' una placida e tranquilla giornata estiva, e mentre i cittadini trascorrono il loro tempo all'aria aperta, quelli della Umbrella si trovano all'ingresso dell'Alveare per entrare, ripulire, e riprendere gli studi che venivano svolti all'interno di questo segretissimo centro ricerche. Però... Quando aprono la porta c'è una brutta sorpresa. L'Alveare è ancora infestato da infetti del virus T. Questi non vedono l'ora di uscire e scatenare l'inferno. Aggrediscono la squadra d'esplorazione, e arrivano in superficie. Ci vuole davvero poco affinché il virus dilaghi, e la Umbrella si trova costretta a isolare la città per cercare di confinare l'epidemia.
Ovviamente, prima di chiudere tutte gli accessi alla città, recuperano in fretta e furia tutti gli scienziati al loro servizio che abitano in città... Ma accade un incidente, e Angela Ashford, figlia del professore che aveva creato il virus (n.d.r. Non per scopi bellici... Ma la Umbrella non si fa certo remore a sfruttare il genio altrui), non viene estratta dalla città per via di un banale incidente.
Passano i giorni, e mentre Ashford diventa sempre più irrequieto, Alice si sveglia in una città piena di infetti. Qui si unirà a un manipolo di sopravvissuti nella speranza di uscire dai confini cittadini, e quando Ashford gli proporrà una via di fuga in cambio della salvezza della piccola Angela, loro accettano.
Solo che la Umbrella ha altri piani... Viene risvegliato Nemesis, una macchina da guerra progettata attorno alle mutazioni che il Virus T ha causato su Matt... Voi vi ricordate chi è Matt, vero?
A ogni modo, il gran finale: Alice vs Nemesis.

Il film è interessante e mantiene le linee guida della precedente pellicola. I personaggi sono ben costruiti, c'è tanta azione, e - mai - si cita la parola Zombie durante tutto il film, esattamente come accadeva anche nel primo Resident Evil.
C'è movimento, diverte, e ci sono colpi di scena interessanti. Devo dire che dopo tanto tempo, si guarda ancora molto volentieri.
E poi ci sono delle chicche interessanti, come il fatto che il regista stesso faccia una breve comparsata nei panni di un cecchino della Umbrella, e che il film sia stato girato in pieno inverno, e di notte, nonostante abbia una ambientazione prettamente estiva (n.d.r. Poveri attori... Devono aver patito un bel freddo!).

Io mi sono divertito nel guardarlo dopo tanti anni, per cui ve lo consiglio.



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giovedì 22 novembre 2018

Spose di Guerra - #Libri #Recensione

Glauco Silvestri
Attirato dal titolo, ho acquistato Spose di Guerra con l'idea di trovare un romanzo ispirato alle side-story sviluppatesi durante il secondo conflitto mondiale. Quello delle spose di guerra è una sorta di fatto 'vero'. E' vero che i giovani, visti il periodo gramo, tendevano a sposarsi facilmente, velocemente, senza troppo riflettere, ed è altrettanto vero che spesso, subito dopo il matrimonio, gli sposi erano costretti a lasciarsi perché l'uomo doveva andare a combattere al fronte. E infine è vero che le donne, rimaste a casa, si son trovate a dover fare lavori solitamente compiuti dagli uomini, nonché occuparsi anche della sicurezza della patria in assenza dell'esercito attivo.

Però questo romanzo è tutt'altro che una lettura affascinante. E' vero che l'ho letto fino in fondo nella speranza di trovare un qualcosa che la giustificasse, ma le vicende di queste quattro spose di guerra, per quanto affascinanti dal punto di vista 'rosa', sono poco plausibili e davvero incapaci a conquistare la simpatia del lettore. Complice di tutto ciò è anche lo stile narrativo, che lascia le cose a metà, che trascina il lettore in percorsi al di fuori del tema principale, e che conduce a un finale rattoppato incapace di convincere e di compiacere.

Per la cronaca, siamo in un paesino fuori Londra. E' qui che cinque ragazze molto differenti tra loro fanno amicizia e legano al punto da non abbandonarsi mai (n.d.r. Questo mai è relativo, perché in un certo momento della vicenda, ognuna di loro va per la sua strada senza troppe lacrime, e solo sul finale, da vecchiette arzille, si rincontrano solo per... Chiudere il discorso lasciato a metà). Ragazze con gli attributi, per certi versi, che riescono a tenere unita la comunità locale, a mandare avanti il lavoro nei campi, a guidare i parroco locale, a scovare traditori, e persino tentare di salvare due bambine disperse sul territorio francese. Le vicende narrate paiono tratte da pagine di gossip. Spesso la storia devia bruscamente, o viene interrotta bruscamente, perché è evidente che non potrebbe reggere un proseguo lungo la linea narrativa scelta dalla autrice. E così il piano di salvare le bambine si interrompe con un bombardamento, e da quel momento tutto viene dimenticato, e gli stessi personaggi coinvolti non ne parlano neppure più. Senza contare questa continua necessità di sentirsi sposate, o di volersi sposare a ogni costo, o di invidia verso chi si è sposata, pare eccessivo nonostante i tempi in cui è ambientata la vicenda. E poi lo stacco improvviso, il ritorno ai giorni nostri, la rimpatriata, l'intermezzo fuorviante e davvero fastidioso della giornalista, che compare come fosse un personaggio legante delle vicende, ma poi scompare all'improvviso quanto il dado deve essere tratto.

Il romanzo è scoordinato, inconcludente, poco accattivante. Ha come pregio che ha una scrittura scorrevole, e che per tutto il tempo illude di portare il lettore verso qualche vera emozione. Ma sul più bello devia, e si rimane delusi, sempre, in ogni occasione. Persino alla fine... Già, perché è davvero scontato che vada a finire così.





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mercoledì 21 novembre 2018

Mr. Turner - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ho scoperto William Turner quando cominciai a leggere la saga narrativa di Patrick O'Brian. E' passato molto tempo da allora, ma lo stile di questo particolare pittore mi catturò sin dal primo contatto... E devo dire che ancora oggi, quando nel mio girovagare per mostre, incontro un Turner... be', rimango incantato. Potete quindi immaginare quanto fui contento il giorno in cui venni a sapere dell'uscita di questo film.

Mr. Turner ripercorre solo gli ultimi venticinque anni della vita del pittore. Un personaggio controverso, sempre in viaggio per cercare ispirazione per i suoi quadri, forse uno dei primi che cominciò a dipingere sul luogo in cui trovava ispirazione, piuttosto che in studio. A Londra viveva col padre, che poi è il suo assistente, e colui che si occupa di vendere le sue opere. William Turner aveva due figlie, nessuna moglie, e una strana incapacità ad esprimere il proprio affetto, al punto da trattare i suoi cari come fossero estranei, soprattutto le figlie. Un personaggio talmente perso nei suoi voli pindarici da fare le condoglianze all'altra figlia e alla ex compagna come fossero estranee, alla morte di una delle due. Sarà la morte del padre a dare una svolta a questa sua anaffettività. Per quanto continui a vivere con la governante, che oltre a servirlo quando si trova a londra, lo soddisfa sessualmente, finalmente il pittore scopre un 'sentimento vero' per una vedova che gestisce una pensioncina a Margate, sul mare, dove lui alloggia spesso per guardare il mare in tempesta e dipingerlo.
Personaggio creativo, Turner, che è capace di farsi legare all'albero di una nave per assaporare la furia di una tempesta. Pittore stimato, e allo stesso tempo criticato, dalla Royal Accademy of Arts, i cui membri - sotto sotto - invidia la sua vena artistica senza però mai comprenderla a pieno.
Sarà Turner, facendosi fotografare assieme alla compagna in uno studio londinese, a riflettere sul futuro della pittura, sulle potenzialità artistiche della fotografia, e a comprendere che i due mezzi espressivi sarebbero venuti a conflitto, e che i pittori avrebbero dovuto reinventarsi per poter sopravvivere al nuovo mezzo espressivo.

Turner fu un uomo davvero incredibile, originale, affascinante per il suo spirito creativo. Il film lo disegna con destrezza, e Timothy Spall riceverà un premio a Cannes per la sua interpretazione del personaggio.
Fotografia e regia sono eccellenti, e il film, pur dovendo riassumere e semplificare il personaggio, è davvero un gran bel vedere. Forse i ritmi non sono concitati, e forse non è un film per tutti, ma è davvero un gran bel film.

Lo consiglio.


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martedì 20 novembre 2018

Volevo

Glauco Silvestri
Volevo che volesse quello che aveva sempre voluto.


Miele (Ian McEwan)


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lunedì 19 novembre 2018

Rendezvous con la Cometa (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Il sole stava calando rapidamente verso l’orizzonte. L’acqua salmastra che bagnava la spiaggia rosea si agitava animosamente mentre veniva sospinta da un vento freddo e bizzoso. Le onde si muovevano rapide, implotonate come una compagnia militare durante la marcia, impazienti di giungere dall’infinito, verso il confine terraqueo. Pochi gabbiani solcavano ancora i cieli sopra il mare ormai scuro. La luce si stava spegnendo lentamente e i turisti cominciavano ad abbandonare la spiaggia per tornare alle proprie case. Gli ombrelloni venivano chiusi. Le sdraio venivano ammucchiate vicino alle cabine. Un altro giorno si stava spegnendo davanti agl'occhi di Mark Bellafonte.
L’uomo era sdraiato sulla spiaggia, un poco in disparte, vicino a una duna che separava la spiaggia dalle strade asfaltate. I suoi occhi erano fissi sulla palla arancione che si stava abbassando lentamente. Le sue braccia erano conserte, strette sotto la testa per farle da cuscino. Il suo corpo giaceva rilassato sulla sabbia tiepida della duna.
All’orizzonte la natura si impegnava in quello spettacolo meraviglioso che solo il mare poteva esaltare ai limiti più estremi. Il tramonto stava per cominciare, e sulle acque scure, già i primi disegni colorati cominciavano a prendere forma e a espandersi verso il corpo rilassato dell’uomo.
Ora Mark era solo.
Sopra di lui cominciavano a brillare le prime stelle della sera. Attorno a lui non si udivano più rumori, solo lo sciabordio delle onde accompagnava i voli pindarici di Mark.
L’uomo chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare. Tutto sembrava perfetto, immacolato, paradisiaco.
I suoni diventarono melodie, musiche composte dai migliori artisti mai esistiti. Le onde, la natura, il cuore dell’uomo, tutto sembrava sincronizzato in una sinfonia mai udita prima, diretta da madre natura. Solo poche persone al mondo riuscivano ancora a comprendere il piacere che poteva donare la semplicità degli elementi. 
Mark rimase molto tempo disteso, da solo, a godere di quell’universo riscoperto quando un passo leggero sulla sabbia cominciò a turbare le proprie percezioni.
Il movimento ritmato di due gambe sulla sabbia arrivava chiaramente ai sensi ammaliati dell’uomo. Il rumore si avvicinava sempre di più, sempre più lentamente, fino a fermarsi del tutto.
Mark aprì gli occhi e sorrise a chi gli si parava di fronte.
Era una donna, vestita di un costume intero, nero come la notte, che metteva in evidenza la vita longilinea del suo corpo. Il volto della donna sorrideva mentre una sua mano tentava di domare i capelli agitati dal vento «Salve», disse «mi posso sedere accanto a lei?».
Mark annuì senza fiatare.
La donna si sedette. I suoi capelli erano scuri, lunghi oltre le spalle dorate dal sole. I suoi occhi erano profondi come il mare che faceva da sfondo alla scena. 
Gli occhi dell’uomo osservarono senza timidezza il corpo della donna. Lei rimase indifferente, era abituata a quel trattamento da parte degli uomini. 
La donna non era certo prosperosa. Il suo corpo era in forma, snello, lungo e fluido nei movimenti. Le braccia sottili sottolineavano la preparazione atletica di quel fisico femminile. La muscolatura appariva con timidezza nei bicipiti e sulle cosce. Il seno di piccole dimensioni lasciava libera l’attenzione dell’uomo verso il resto del corpo. Mark sorrise allo sguardo della donna.
I preliminari sembravano conclusi. Lei si era lasciata esaminare come fosse sotto l’osservazione di un predatore feroce e ora non era più disposta a concedere altri privilegi all’uomo. Le sue mani si portarono dietro alla nuca per legare i capelli «Lei viene spesso qui?», chiese.
Mark si alzò a sedere «Sì. Amo la spiaggia in queste ore».
«Cosa ci trova di bello? Il sole è ormai calato, è freddo e non c’è nessuno, a parte lei».
«È questo il bello. L’aria fresca sulla pelle. Il tramonto, la sensazione di solitudine. È meravigliosa questa spiaggia».
La ragazza si guardò attorno e sorrise «Lei è forse un romantico?».
«Perché mi sta facendo tutte queste domande?», ribatté Mark.
«Mi scusi», disse la donna «sono una giornalista e sono talmente abituata a fare domande che non riesco più a colloquiare senza inserire dei punti interrogativi nelle mie frasi».





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domenica 18 novembre 2018

Le ali di Honneamise - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Torniamo indietro al 1987. Le ali di Honneamise uscì proprio in quegl'anni. Si tratta di un film di animazione scritto e diretto da Hiroyuki Yamaga, con una trama drammatica e affascinante, ove di parla di conflitto mondiale, e di corsa allo spazio. Per chi ama gli anime, probabilmente sarà incuriosito dal fatto che questo sia stato il primo film in animazione prodotto dalla Gainax.

Tornando invece al film: Siamo in un mondo alternativo al nostro, governato da due grandi nazioni in perenne conflitto tra loro. I confini tremano in odore di guerra globale, e la ricerca scientifica è ormai orientata solo alla produzione di nuove micidiali armi. La corsa allo spazio è ormai diventato un mito, nessuno ci crede più veramente. Troppi insuccessi, troppe vittime, troppi soldi buttati al vento. Solo l'esercito mantiene una 'forza spaziale'. Soldati addestrati a combattere nello spazio, solo che non sono in grado di arrivarci... E le spese per la ricerca, per la corsa allo spazio, sono in realtà deviate verso la corsa agli armamenti. Il volo spaziale è mantenuto vivo solo come mezzo di propaganda per dimostrare la supremazia tecnologica nei confronti degli avversari... E Shiro è un astronauta!
Lui sogna ancora di andare nello spazio, e spera addirittura che la conquista dello spazio possa placare i dissapori tra le due nazioni. Ma la Forza Spaziale ha pochi mezzi a disposizione, e la ricerca arranca di fronte a un confine difficilissimo da varcare. Nessuno si arrende, e mentre i venti di guerra soffiano sempre più forte, un prototipo di vettore a tre stadi viene approntato per tentare il primo volo umano oltre l'atmosfera. Sarà Shiro a pilotarlo... 
Nel frattempo lui incontra la giovane Riquinni, una ragazza che si batte per la pace nel mondo. Il loro legame dura poco a causa dei ruoli contrastanti che i ragazzi hanno nella società distorta in cui vivono, ma il loro amore spinge i loro animi verso ideali assoluti, e allora Shiro comincia a credere che la conquista dello spazio possa davvero essere l'alito di una nuova speranza, di un futuro dove la parola guerra venga dimenticato, e dove due giovani possano amarsi senza dover avere a che fare con bandiere, uniformi, ruoli, e una società chiusa in preconcetti difficili da superare.

Il film ha un ritmo lento e riflessivo. Non mancano i colpi di scena, ma mai ci si trova di fronte a situazioni adrenaliniche. E' riflessivo, introverso, con qualche sprazzo di humor, ma con una atmosfera pesante che incombe su tutta la narrazione. La sceneggiatura non consente quasi mai di respirare aria fresca, c'è una notevole tensione di fondo, e si percepisce che la nuova guerra tra i due fronti potrebbe terminare definitivamente la razza umana, e la speranza è ormai un qualcosa di dato per spacciato. Lo si nota in molte scene, nei dialoghi, nei disegni, nel comportamento dei personaggi. Eppure è una pellicola dal grande potenziale emotivo, ed affascinante, sia per i disegni, sia per la storia stessa.
Io adoro questo film.
Nel 2014 fu annunciato un seguito ambientato 50 anni avanti rispetto a questa pellicola, se ne è parlato anche di recente, dovrebbe chiamarsi Uru in Blue... Chissà! Nel frattempo, vi consiglio di guardare questa chicca. E' davvero un bel film!



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sabato 17 novembre 2018

Tonya - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ogni tanto - com'è giusto che accada - la mia collezione di film si allarga con l'aggiunta di qualche nuova pellicola interessante... Ed è forse per questo motivo che a volte credo che non finirò mai il mio intento di recensire qui tutti i film che colleziono. E' anche vero che - lentamente - sto cedendo al lato oscuro dei servizi in streaming (n.d.r. Attraverso iTunes, col noleggio, e tramite Amazon Prime Video, in abbonamento) ma... Non è proprio la stessa cosa, vero?

Tornando al film di oggi, Tonya, è una pellicola che da tempo avrei voluto vedere, che mi sfuggì al cinema per tanti motivi, e che solo in questi giorni ho finalmente avuto occasione di gustarmela sul divano di casa mia.

Tonya Harding è nata e cresciuta a forza di bastonate. Di famiglia povera, con una madre con un concetto molto singolare di 'amore materno', e un padre fuggito per disperazione, la piccola Tonya riesce a strappare per sé stessa solo la passione per il pattinaggio... Ed è dannatamente brava, solo che - visto come è stata cresciuta - ha un caratteraccio, frequenta persone discutibili, e nonostante la sua bravura non è molto amata nel settore, perché il settore ha una certa immagine da conservare.
Insomma, nel bene e nel male Tonya riesce ad emergere, e per forza di cose ci riesce, perché è la prima pattinatrice americana ad aver tentato - e ad aver realizzato perfettamente - un triplo axel... E non si può lasciare a casa una pattinatrice così dalle olimpiadi. Però la carriera di Tonya è tutt'altro che un sogno all'americana... Non si capì mai se la pattinatrice fosse o meno implicata nello scandalo che la travolse (n.d.r. E che non vi rivelo per non rovinare la sorpresa), ma be'... Andata com'è andata, Tonya fece un gran clamore ai suoi tempi!

Film potente, girato sullo stile documentaristico, con interviste ai diretti interessati, scene potenti, e una grandissima, ma veramente grandissima, interpretazione da parte di Margot Robbie. Adoro questo genere di pellicole e non lo posso negare. Non è la prima volta che vi propongo film di questo tipo e, ovviamente, ve lo consiglio caldamente. 

Guardatelo!


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venerdì 16 novembre 2018

Cloak & Dagger - #SerieTV #Recensione

Glauco Silvestri
Cloak & Dagger è una serie Marvel di cui proprio non avevo mai sentito parlare. L'ho scoperta grazie all'abbonamento Amazon Prime Video e... Be', la curiosità mi ha spinto a guardarla.

La vicenda non è tra le più originali: Siamo in una New Orleans post Katrina. La città si sta risvegliano e una società petrolifera ha trovato qualcosa di speciale nel sottosuolo, una nuova fonte di energia molto più performante del petrolio, ed è - ovviamente - interessata ad estrarla per sfruttarne le potenzialità.
Solo che la prima piattaforma di estrazione installata ha un problema, si surriscalda, va fuori controllo, ed esplode. L'esplosione coinvolge non poche persone, anche se la piattaforma si trova in mare, sulla costa. A parte tutti gli operai a bordo della piattaforma, anche una bambina, di ritorno a casa dalla scuola di ballo, in auto con suo padre, viene travolta dall'onda d'urto e proiettata in mare. Un ragazzino di colore, invece, vede uccidere suo fratello da un poliziotto che, al momento dell'esplosione, si spaventa e spara istintivamente.
Il destino dei due bambini si lega imprescindibilmente, ma ci vogliono 8 anni affinché il loro legame si riveli.
Otto anni più tardi, infatti, gli impianti della compagnia petrolifera finalmente sono a punto, e l'estrazione di questa sostanza speciale ha inizio. I due ragazzi scoprono sono adolescenti. Lei - con la famiglia devastata dopo la morte del padre - si ritrova a fare furtarelli per campare, con una madre sempre ubriaca, e vive dove le capita. Lui ha perso il fratello, e la fiducia dei suoi genitori, e forse anche in sé stesso. E' un bravo sportivo, ma si sente sempre vessato, e soffre di una sindrome di inferiorità che probabilmente percepisce solo lui.
I due scoprono di avere dei poteri. La ragazza è capace di produrre delle lame di luce (n.d.r. Dagger, in inglese, significa pugnale). Il ragazzo è in grado di spostarsi istantaneamente da un punto all'altro nello spazio. Hanno anche altri poteri. Lei vede le speranze della gente, ed è persino in grado di interagire con esse e modificarle; lui vede le paure, e come lei, è in grado di interagire e modificare ciò che vede.
I due sono predestinati a fare grandi cose, ma non sono i classici eroi Marvel, le loro vite tormentate impediscono ai ragazzi di unire le forze per fare qualcosa di veramente giusto. Sono troppo persi nei loro problemi, nelle loro frustrazioni, e il tentativo di risolvere le questioni personali potrebbe metterli in pericolo, addirittura metterli uno contro l'altra, e - infine - spingerli a non proteggere la città dal pericolo imminente.

E qui mi fermo col raccontarvi la trama di questa serie, che altrimenti finirebbe in uno spoiler un po' troppo esaustivo. Per quanto riguarda il prodotto, devo dire che è ben costruito. La fotografia è eccezionale. Gli interpreti sanno svolgere il loro mestiere, e anche se le puntate non sono molte, l'introspezione dei singoli caratteri rimane al centro della narrazione fin quasi alla fine della serie, tanto da chiedersi: riuscirò a vedere la minaccia che incombe su New Orleans. Qui il difetto principale della serie, cresce molto lentamente, quasi al punto di annoiare perché certi temi vengono battuti e ribattuti fin quasi all'ossesso. Poi, di punto in bianco, la matassa si svolge e - vado a memoria - la parte più attiva, emozionante, e action, della serie si risolve nelle sole ultime tre puntate. Non che nelle precedenti non accada nulla... Però il ritmo cambia all'improvviso. Prima è riflessivo e lento, poi all'improvviso tutto muta in una narrazione quasi a perdifiato. Tre su dieci episodi non è una pessima percentuale, ma si ha la sensazione che, come avviene spesso nei romanzi d'azione, lo sceneggiatore/scrittore si sia reso conto di avere un limite espressivo solo dopo aver scritto tre quarti di vicenda, e sia quindi costretto a concludere frettolosamente il resto per rimanere nei parametri previsti.

Non so che dire... A metà serie avevo già voglia di mollare tutto. Poi ho resistito, e il finale mi è piaciuto. Ho letto su wikipedia che è in programma una seconda stagione, spero in un crescendo... Chissà, ora che i personaggi sono ben definiti, può esserci un po' più di spazio per il divertimento di chi guarda.


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giovedì 15 novembre 2018

Hap & Leonard - #SerieTV #Recensione

Glauco Silvestri
Hap & Leonard è stata una scoperta interessante. La serie è tratta dai romanzi di Joe Lansdale (n.d.r. Che non ho letto) ed è ricostruita in modo vivido, crudo, divertente, e irriverente.

Al momento in cui vi scrivo questa recensione ho visto le prime due serie (n.d.r. Qui trovate la prima stagione) e mi sto preparando con trepidazione alla visione della terza. 

Il tutto è ambientato negli anni ottanta, nel sud degli Stati Uniti. Hap e Leonard sono due amici d'infanzia, due persone molto differenti tra loro, pressoché speculari, ma molto amiche e capaci di fare tutto per l'altro. Hap è bianco, ex pacifista, figlio di un meccanico, etero, ed eternamente innamorato di donne complicate. Leonard è nero, ex militare, gay, innamorato di un infermiere.
La loro storia è triste. Si sono conosciuti da bambini, a circa 10 anni d'età. Entrambi orfani di madre, perdono entrambi il padre nello stesso incidente stradale. Una notte, il papà di Leonard rimane a piedi. Viene soccorso dal papà di Hap, che è un meccanico, ma mentre quest'ultimo sta lavorando all'auto, i due vengono presi in pieno dalla vettura di un ragazzo ubriaco. Muoiono davanti agli occhi dei due bambini, che solo poche ore più tardi vedono uscire dalla stazione di polizia il colpevole dell'incidente senza che venga processato, punito, eccetera eccetera, perché è il figlo dello sceriffo.
Hap e Leonard crescono insieme, per lo più sempre assieme, come amici del cuore, e da adulti si ritrovano entrambi a lavorare in una piantagione di rose... Per lo meno finché non vengono licenziati!
E' qui che tutto ha inizio. Privi di lavoro, si fanno abbindolare dalla promessa di facili guadagni della ex moglie di Hap. Ciò li coinvolge in una faccenda grottesca dove un gruppo di hippy decide di cambiare il mondo con i ricavati dello spaccio di droga... Droga comprata con i soldi di una rapina che Hap e Leopard ritrovano perlustrando un fiume locale.

Come prosegue la serie non ve lo dico di sicuro, ma sappiate che è davvero una serie dai mille risvolti. C'è ironia, c'è violenza cruda, c'è passione, c'è anche un briciolo di dramma... Ma alla fine il filo conduttore di tutto quanto è il rapporto tra i due uomini, che pur essendo molto diversi tra loro, sono legati dal filo del destino e da una profondissima amicizia. In poco tempo ci si affeziona ad Hap e a Leonard, ed è difficile staccare gli occhi dallo schermo.
Ottima la regia, la ricostruzione storica, e l'interpretazione dei personaggi.
Difetti? Nessuno... Se non che le serie sono brevi, 6 episodi a stagione, ma sono davvero ben fatte.


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mercoledì 14 novembre 2018

Avengers, Infinity War - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Il calderone dei Super Eroi si ingigantisce di volta in volta, innestando nella fitta trama di eventi personaggi provenienti da ogni saga che Marvel ha prodotto. In Infinity War le new entry sono il Dottor Strange e I Guardiani della Galassia. Ma ovviamente ciò non fa ruotare la trama attorno alla loro presenza. E' Thanos a reggere le fila di questa vicenda. L'avevamo visto per qualche frammento di secondo nel primo Avengers, quando Ironman salvò la terra dell'invasione 'quasi' sacrificando sé stesso. Ora è tornato per vendicarsi, più forte che mai, e intento a perseguire il suo 'interessante' disegno per salvare l'Universo.
Per farla breve, qui ci troviamo di fronte a una caccia alle gemme in stile Dragon Ball. Alla nascita dell'Universo sei gemme sono state scagliate in ogni dove. Ognuna di esse ha dei poteri inimmaginabili. Una controlla il tempo, una la realtà, una... Avete Capito, no? Thanos ne ha già due, e ora ha preso di mira le altre quattro mancanti. Mentre lui si dirige personalmente a recuperare le gemme in diversi angoli dello spazio (n.d.r. E qui sono Thor e I Guardiani della Galassia a tentare di fermarlo), i suoi scagnozzi si recano sulla Terra per recuperare le due gemme conservate dai nostri cari supereroi. Una ce l'ha il Dr. Strange, l'altra è parte di Visione.
Lo scontro è impari, e - visto che l'unione fa la forza - gli Avengers si uniscono tutti quanti, compresi i ribelli che hanno seguito Capitan America, per affrontare la sfida. Perderanno? Diciamo che il finale è a sorpresa, anche perché i conflitti interni, qualche chiacchiera di troppo, l'ego spropositato di alcuni membri del team, e certe strategie piuttosto discutibili, faranno sì che il cattivo schioccherà le dita, ottenendo ciò che desidera, e... No, non vi dico come va a finire. Però non temete, pochi istanti prima dei titoli di coda Fury riesce a chiedere aiuto a Capitan Marvel... 

Film che piace e delude allo stesso tempo. Nulla da dichiarare sugli effetti speciali, ormai è difficile fare di meglio, la realtà cinematografica pare più vera della realtà reale... Quindi passiamo oltre. I personaggi sono loro, si è persa la tridimensionalità tanto cara ai primi film, dove si costruiva il personaggio, lo si faceva conoscere allo spettatore, e poi lo si buttava nella mischia. Qui la mischia è talmente vasta e complessa che non c'è tempo per dare spazio alla costruzione dei personaggi. No... In questo caso abbiamo delle semplici marionette che si muovono secondo copione. Niente più pathos, niente di niente, non ci si commuove neppure quando Gamora chiede a Quill di ucciderla nel caso finisse nelle mani di Thanos, tanto che la scena con le bolle di sapone neppure ispira un piccolo sorriso ironico. E neppure si provano emozioni quando Banner non riesce a evocare Hulk perché quest'ultimo ne ha già buscate troppe e non ne vuole più sapere di combattere. Se vogliamo personaggi solidi dobbiamo tornare a guardare i film dedicati singolarmente a ognuno di loro, perché qui accadono troppe cose in una volta. E di film sui singoli personaggi ce ne sono a bizzeffe, e sinceramente ho perso il conto...

Ma non voglio sembrare colui che si è annoiato a vedere Infinity War. Tutt'altro! E' divertente, dura parecchio e non ci si stanca perché comunque possiede una regia dinamica con i giusti tempi per non stressare troppo lo spettatore. Gli attori ormai sono entrati nel personaggio, visto che lo interpretano da quasi un decennio, e la struttura generale sta in piedi da sola.
Certo... Andare al cinema non è più come una volta. Qui si entra in sala e si vede un episodio di una saga che non terminerà mai. Ha senso? Non lo so. Io provengo da un mondo ormai antico, ero abituato a film che iniziavano e finivano. Potevo ancora comprendere le trilogie... Ma qui diventa un qualcosa di diverso a cui non so se sono preparato.

Come i suoi precedenti, Infinity War è un bel pop corn movie. Va visto assolutamente se si è interessati alla continuity di questa vicenda, per cui: Buona Visione.



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martedì 13 novembre 2018

Sempre gli stessi quattro passaggi

Glauco Silvestri
Sempre gli stessi quattro passaggi. Uno, voglio scrivere un romanzo. Due, sono al verde. Tre, devo trovarmi un lavoro. Quattro, il lavoro ammazzerà la scrittura. Non riesco a vedere alternative. Non ce ne sono.

Miele (Ian McEwan)



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lunedì 12 novembre 2018

L'Alba della Cometa (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
«Prendimi se ci riesci», gridava la voce di una bambina Maroi.
Il suo nome era Tyra, figlia di Juno, l’eletto della tredicesima generazione. La sua pelle di candida neve correva veloce tra i meandri dei tunnel scavati sotto l’altopiano di Saha, a decine di metri sotto il suolo rovente di Krios. Stava giocando con un cucciolo Gorm, anch’esso nato da una generazione della grande dinastia di Gorm. Lo aveva conosciuto in una delle grandi sale ricreative che univano i tunnel principali. Miria, sua madre, era impallidita non appena aveva visto il piccolo Gorm. Il suo volto, benché ancora piccolo e dai lineamenti tondeggianti, somigliava notevolmente al ritratto che suo marito Juno aveva tratto sulla pelle del proprio scudo.
Haro, lo chiamava lui. Raccontava spesso del suo scontro con il figlio del Gorm che aveva sconfitto suo padre. Ammirava il coraggio del giovane combattente dal sangue caldo, e più volte, nelle fredde serate di quel mondo sotterraneo, aveva raccontato la legenda delle sue imprese sulla cima del monte Humo.
Ancora adesso che Juno era morto, per le fatiche sopportate durante il suo ritorno all’altopiano dopo che Krios era entrato nell’abbraccio letale di Humo, la donna continuava a ricordare le parole del povero marito, e quando aveva visto per la prima volta il giovane volto del Gorm, aveva creduto di tornare indietro nel tempo, di impersonare la figura del giovane Maroi che aveva affrontato il proprio destino di predestinato.
«Raggiungimi, se ci riesci, Haro!», gridava la vocina squillante di Tyra.
«Non chiamarmi Haro», gracchiava la voce roca del Gorm «Io mi chiamo Mhio», sbuffò mentre correva con la sua andatura dinoccolata «...e fermati!», gridava.
«Sei lento», diceva lei senza rallentare «Cerca di essere degno di tuo padre!».
«Fermati!», gridava lui «fermati».
«Na... na... nana... na...», lo canzonava la bimba di neve «sei una lumaca, sei una lumaca».
«Se ti prendo...».
Tyra sbucò in una delle grandi sale che collegavano i vari tunnel scavati nel sottosuolo. Nella foga della corsa non si accorse del Gorm che le stava davanti e gli andò a sbattere contro a tutta velocità. Gli occhi sorpresi del Gorm videro la bambina fumare di vapore e volare a terra con un grido atterrito. Sorrise.
«Devi stare più attenta, piccola», disse la voce roca del Gorm «Potresti farti male».
La ragazzina guardò dal basso in alto il corpo tozzo e ingombrante del Gorm. Era indecisa tra il piangere per il male dell’ustione e la curiosità verso quella strana persona. Non aveva mai visto un Gorm come quello. Era scuro, come tutti quanti gli altri, alto e forte, ma non era caldo come poteva immaginare. Il suo corpo aveva fumato per la differenza di temperatura ma non aveva sentito un dolore vero. E poi, lo sguardo del Gorm sembrava stanco, quasi avesse sopportato da solo tutte le fatiche di quattordici generazioni. Come poteva essere così diverso, quel Gorm?
Tyra decise di alzarsi da terra e sorridere «Ciao», disse guardandolo con gli occhi spalancati «Come ti chiami?».
«Il mio nome non è importante, figliola».
«Tyra, Tyra...», la piccola voce di Mhio echeggiava dal tunnel che dava le spalle ai due.
La piccola Maroi era decisa a scoprire di più sul Gorm che aveva davanti, e volutamente, ignorava la voce del suo compagno di giochi. I suoi occhi studiavano ogni minimo particolare del volto raggrinzito che aveva di fronte. Guardava la piccola peluria bianca che cresceva tra le crepe della pelle scura e il petto bruno che si alzava e abbassava a ritmo col lento respiro del Gorm.
Non poteva però ignorare a lungo il richiamo dei giochi. L’uomo che aveva di fronte non sembrava molto loquace, e piano piano, Tyra cominciava a capire che non avrebbe saputo molto di più di quello che aveva già scoperto.
Quando Mhio sbucò dal tunnel si fermò bruscamente, per la sorpresa.
«Haro...», disse la bambina «finalmente ce l’hai fatta».
A sentire quel nome il vecchio Gorm sobbalzò all’indietro.
«Nonno», disse il piccolo Gorm ignorando l’amica, fissando negli occhi bui il Gorm adulto.
Tyra si guardò attorno istupidita. Troppe cose erano capitate tutte in una volta. Aveva capito bene?





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domenica 11 novembre 2018

Volterra e il Palio dei Caci

Glauco Silvestri
Mentre Siena era travolta dall'ennesimo clamore di un incidente avvenuto durante il Palio, noi ci trovavamo in quel di Volterra, a godere di una bella giornata, visitare una cittadina che sia io, sia la mia morosa, non avevamo mai visto, e apprezzare due curiose sorprese: 
  • Le riprese della terza stagione de I Medici;
  • Il Palio dei Caci.
Ovviamente non abbiamo assistito alle riprese della fiction, visto che le zone erano ben protette dai curiosi, ma finita la giornata lavorativa, abbiamo potuto godere delle ambientazioni 'truccate' per la fiction, e girare in una Volterra un po' più medievale rispetto a ciò che offre solitamente.
Ma partiamo dall'inizio.
Noi siamo entrati a Volterra da Porta Docciola, ove è presente una vasca un tempo, probabilmente, adibita a lavanderia, e una sorgente di acqua a cui attingere attraverso a una comoda fontana.

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Dalla porta, per arrivare in città, c'è una bella scalinata da fare... Ma arrivati in cima lo spettacolo è davvero affascinante. Subito si viene immersi nella cittadina, e subito si viene distratti da diverse possibilità.

Si può salire ulteriormente per andare a vedere il parco, l'area archeologica etrusca, e il castello (n.d.r. Oggi utilizzato come carcere, per cui non visitabile, se non - in occasioni particolari, la torre più alta).

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Oppure perdersi nei vicoli per cercare di raggiungere la piazza principale, il Palazzo dei Priori, il Duomo, il Battistero...

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Non mancano i punti panoramici da cui ammirare il territorio circostante.

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E come vi avevo preannunciato, le tracce di lavorazione della fiction televisiva hanno reso l'esplorazione di Volterra ancora più affascinante.

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Come vi avevo preannunciato, abbiamo potuto assistere anche al Palio dei Caci, una sorta di gara di abilità in cui le varie contrade della cittadina si sfidano per il primato. In questo palio, come avrete già intuito, è il formaggio a dover gareggiare. Si tratta di un percorso in discesa tracciato con delle balle di fieno. Il Cacio deve arrivare in fondo al percorso evitando gli ostacoli. Ovviamente il campione della contrada deve pilotare la corsa del Cacio con opportune palette di legno. La sfida avviene come in un torneo, dove due contrade alla volta si sfidano fino ad arrivare alla finalissima. Tutto avviene - ovviamente e rigorosamente - in costume medievale.

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Come ultima chicca della nostra visita a Volterra, eccovi il Teatro Romano... Stupendo davvero!

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Come accade sempre in queste visite in giornata, qualcosa doveva rimanere fuori dalla nostra portata. In questo caso è stata la Chiesa di San Giusto Nuovo, che ho potuto fotografare solo da lontano... Ma son sicuro che avrò occasione di vederla bene in un futuro prossimo.

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Nel caso questo piccolo viaggio in Toscana vi sia piaciuto, vi consiglio di cliccare qui per vedere la selezione completa di scatti fatta a Volterra, disponibile sul mio spazio Flickr assieme a tutte le altre località che ho visitato in passato.
Buona Visione.



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