giovedì 26 aprile 2018

Open Range - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Torno sul tema Western e richiamo di nuovo all'appello Kevin Costner a causa di Open Range, un film tutt'altro che banale in cui ci viene posto un tema piuttosto interessante, ovvero il confronto tra una vecchia generazione e il mondo che cambia troppo velocemente. Un film dove due mostri sacri (n.d.r. Kevin Costner e Robert Duvall) di Hollywood rappresentano perfettamente ciò che fu, grazie alla loro esperienza, alla loro pacatezza, al mestiere che hanno nelle ossa.

La vicenda è un classico delle terre di confine. Quattro cowboy - Boss, Charley, Mose e il giovane apprendista Button - stanno conducendo una mandria per le praterie americane. Il loro mestiere sta morendo a causa delle nuove tecnologie, delle nuove abitudini, di una America che non lascia più troppo spazio al selvaggio west. E questi cowboy d'altri tempi sono ormai a ridosso della costa est, e poco manca alla fine della loro 'epoca'. Tutto ciò, ovviamente, non li tocca finché hanno lavoro e possono vivere all'aria aperta, senza legami con nessuno, ma è evidente che non sempre le cose vanno come si vorrebbe. Bloccati a causa del brutto tempo, Mose abbandona il gruppo per raggiungere la città vicina e fare provviste... Solo che non fa rientro nei tempi concordati, e gli altri cominciano a preoccuparsi. Alla fine Button viene lasciato solo a badare il bestiame, mentre gli altri due decidono di andare a cercare l'amico. Scoprono ovviamente che Mose è stato messo in prigione da uno sceriffo despota e prezzolato dall'allevatore della zona. I cowboy sono infatti elementi scomodi per chi ha deciso di fondare degli allevamenti stanziali, per ciò Mose è stato subito preso di mira, costretto alla rissa, e dopo un bel pestaggio, messo dietro le sbarre.
E' evidente che i cowboy - uomini tutti d'un pezzo - non possono cedere alle angherie di uomini corrotti, per cui decidono di non lasciare la zona nonostante il suggerimento degli uomini di legge - per lo meno finché il loro amico non è in grado di stare sulle proprie gambe. Ciò provoca ovviamente delle rappresaglie, e lo scontro si fa di volta in volta più cruento al punto che...

Be'... Questo film è un bel pezzo di narrativa western. Ci mostra il classico west alla John Ford, ma ce lo racconta confrontandosi con i tempi moderni. Dinosauri che si oppongono inutilmente all'inesorabilità della vita. E quest'aria nostalgica si percepisce nei dialoghi, nella fotografia, nelle scene classiche offerte dalla pellicola. Eppure tutto ciò non piega le trame della vicenda, che mostrano ancora una volta dei mandriani liberi contro i proprietari terrieri. Un tema classico che non stona mai nei western, libertà e mandrie al pascolo contro staccionate, terreni delimitati da confini, e quattrini sonanti. 

A chi piace il west, io credo... Questo film piacerà di sicuro.


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mercoledì 25 aprile 2018

Wyatt Earp - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Cosa accadde all'Ok Corral? Immagino tutti lo sappiate. Questa vicenda è stata narrata più e più volte nella storia del cinema hollywoodiano, e di conseguenza appare quasi superfluo dovervi accennare la trama del film di oggi, ovvero Wyatt Earp.

Lui, Wyatt, ha un grande senso della giustizia; gli è stato impartito dal padre sin da quando era bambino, ma la vita - si sa - a volte spinge le persone migliori sui sentieri peggiori. Dopo aver studiato legge nel Missouri, e aver sposato Urilla, una amica d'infanzia, Wyatt viene travolto dalla tragedia peggiore. Lei muore di tifo mentre è incinta. Sconvolto, il ragazzo si da al bere, ruba, finisce in galera, e se non fosse per il padre, finirebbe impiccato come tutti i ladri recidivi. Ma la seconda opportunità regalatagli dal padre è efficace. Diventa cacciatore di bisonti, si sposta a Dodge City, e dopo aver riunito i suoi fratelli, diventa sceriffo della città, e grazie ai suoi trascorsi, diventa persino amico di Doc Holliday.
Però Wyatt è un uomo indurito dalle sofferenze, e la sua rudezza fa sì che non sia ben accetto a Dodge City. Si trasferisce a Tombstone, un villaggio di frontiera dove a dettare legge è la banda dei Clanton e dei McLaury, che allevano bestiame e non tollerano interferenze.
Ovvio che l'arrivo di Wyatt provocherà delle interferenze, e degli attriti, al punto da giungere alla famosa sfida che ho citato all'inizio...

Film lungo, con tempi importanti, e una costruzione storica ben organizzata. La critica lo ha apprezzato parecchio quando uscì, la il mercato lo bocciò clamorosamente. Kevin Costner - nei panni di Wyatt - non piacque al punto da portarlo a vincere il titolo di Peggiore attore Protagonista ai Razzie Award. Però...
Però a me questo film è piaciuto molto. 
Ho amato l'interpretazione di Costner. Ho apprezzato la struttura narrativa, la fotografia, la sceneggiatura, e le interpretazioni di ogni figura presente nella pellicola... E son nomi importanti, a partire da Gene Hackman, passando per Bill Pullman, Isabella Rossellini, e Dennis Quaid. E' curioso che Kostner fosse stato coinvolto in un'altra produzione analoga, Tombstone - un western sempre focalizzato sulla sfida all'OK Corral - a cui rinunciò perché credeva che la storia dovesse incentrarsi sulla figura di Earp, e non sulla sfida tra la legge e gli allevatori della zona. E così in Tombstone fu Kurt Russell a inpersonare lo sceriffo, mentre Kevin si dedicò anima e corpo a quest'altra produzione.
I due film uscirono a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Prima Tombstone, poi Wyatt Earp. Il primo ebbe la meglio sul secondo, e il confronto tra i due fu inevitabile, portando disgrazia al titolo di cui stiamo parlando ora.

Wyatt Earp è sicuramente un film adatto agli appassionati, ma non per tutti, perché i tempi sono tutt'altro che fulminei, e di sicuro non ci sono emozioni forti se non nei pochi istanti di concitazione. E' però una pellicola interessante perché sviluppa con maggiore approfondimento il personaggio, la famiglia, e i principi che la tenevano unita. Nulla da togliere a Tombstone, che di sicuro - dalla sua parte - ha anche il fatto di essere più divertente da vedere.




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martedì 24 aprile 2018

L’assenza di tutto quello che a casa lo opprime tanto

Glauco Silvestri
Benjy adora la campagna, non tanto per quello che c’è, i cavalli, i mulini a vento, bastoni belli grossi, panorami, ma piú che altro per l’assenza di tutto quello che a casa lo opprime tanto.

La casa rossa (Supercoralli) (Italian Edition) (Haddon, Mark)


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lunedì 23 aprile 2018

Due parole su uno dei miei #ebook #Amazon

Glauco Silvestri
Un club di scrittori nasconde sanguinose passioni. Il Clan delle Penne.
Disponibile in ebook.

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